“VANILLA SKY”: SOGNI, ALLUCINAZIONI ED OSSESSIONI

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David Aames è un giovane erede di un impero editoriale, è affascinante e carismatico, ma un po’ superficiale. Ostenta la sua ricchezza, frequenta molte donne senza mostrare alcuna voglia di impegnarsi: dedica la sua esistenza ad amene e futili attività prive di un significato profondo. L’incontro con Sofia, però, stravolge i suoi piani e improvvisamente David viene sopraffatto da sensazioni nuove ed autentiche mai provate prima.

I remake sono sempre un rischio. Per quanto ci si sforzi, è inevitabile non mettere a confronto l’interpretazione degli attori, l’intensità e l’incisività delle loro performance, il significato del film, la regia: lo spettatore si aspetta al tempo stesso che il remake abbia qualcosa di diverso dall’originale che lo possa contraddistinguere ma che non se ne discosti significativamente perdendone il senso. “Vanilla Sky” è il remake del film spagnolo “Apri gli occhi”, di  Alejandro Amenábar (Penélope Cruz recita lo stesso ruolo in entrambi i film), che rappresenta un’affascinante incursione nel mondo del subconscio, dell’amore, della sfera emozionale. In “Apri gli occhi” il regista insiste sull’ipocrisia che dilaga nella società, sulle maschere che le persone indossano per nascondere la propria vera natura: c’è una forte attenzione verso i sentimenti, e lo spettatore facilmente può immedesimarsi. Quello che manca a “Vanilla Sky” è un pizzico di verità: il pubblico fa fatica a provare empatia, il personaggio di David (interpretato da Tom Cruise) sembra poco umano; la pellicola si presenta come un’opera di fantascienza in cui lo spettatore non riesce a trovare concretezza e trova difficoltà ad immergersi nella storia. Il problema però, non è la confusione creata dal continuo alternarsi di piani narrativi e passaggi tra finzione e realtà, il pubblico non si immedesima totalmente per la (quasi) totale assenza di un filo logico (perché anche in un prodotto di fantascienza in cui nulla sembra avere un senso c’è una chiave di lettura che il regista fornisce o che il fruitore trova spontaneamente): di conseguenza i più di centoventi minuti di film non possono essere definiti pienamente godibili.

Ci si poteva soffermare maggiormente sul senso di colpa, sull’importanza di comprendere il peso delle proprie scelte, sul significato dell’irruzione del caos nell’ordinario: quello che manca, come abbiamo detto, è quel po’ di credibilità che possa dare allo spettatore la possibilità di analizzare se stesso e le proprie esperienze. Forse bisogna aprire di più gli occhi, aguzzare la vista per comprendere un senso più profondo. È da sottolineare però che la pellicola, seppure diversa dall’originale, trasmette una sensazione claustrofobica e inquietante (che i thriller psicologici esigono), ha degli aspetti da approfondire, e le musiche sono struggenti ed intense.

Mariantonietta Losanno