IL TOTANO RICCHIONE – seconda puntata

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LA LIMONAIA (seconda parte)

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    –   di Elvio Accardo   –

Alle 8.15 Gaetano e Ornella partirono con l’auto che Giovannino il meccanico, aveva consegnato poco prima. In quel mattino di agosto nulla sembrava reale. Ogni cosa si stemperava nell’accecante bagliore che proveniva dal balcone aperto della stanza che era stata assegnata ad Amedeo, al secondo piano di Palazzo Spada. I rari rumori della strada, dall’altro lato della casa, arrivavano alle orecchie smorzati e senza significato.  Aveva dormito poco, forse anche i polipetti di zia Tatella che aveva mangiato in cucina dopo il ricevimento; mentre seguiva i ragionamenti sconnessi di Gaetano, avevano contribuito a tenerlo in uno stato di dormiveglia fino a quando aveva deciso di alzarsi e fare una doccia fredda.

Alle 8.00 aveva sentito Giovannino bussare al portone del palazzo per consegnare l’auto, aveva acceso la prima sigaretta mentre fissava lo scintillio della luce sulle onde lontane.

Rosanna non aveva voluto cantare. Molte volte gli invitati l’avevano scongiurata di cantare. Anche Ernesto aveva introdotto con la fisarmonica le canzoni che tante volte avevano sentito dalla sua voce, ma lei non aveva voluto, anzi c’era stato un momento in cui l’imbarazzo e il disagio di Rosanna l’avevano costretta a essere dura con gli ospiti nel diniego, mentre cercava rifugio tra le siepi del vialetto nell’ipotetica ricerca di Pupa e Musetto. La serata prosegui fino a tardi, poi a gruppi lasciarono villa Spada, qualcuno propose di scendere a mare e fare un bagno notturno, ma rinunciarono per l’ardua discesa al buio fatta di scalini e sentieri ripidi, una via più breve che scendeva dalla piazza del santuario lungo il costone montano, fino alla spiaggia.

Qualcuno aveva accompagnato Ernesto Faraone a casa sua, Amedeo l’aveva salutato al cancelletto alla fine del viale che attraversava la limonaia. L’ultima cosa che gli aveva detto tenendogli stretto il braccio fu: “Professò, domani, se ci avete piacere di fare quattro chiacchiere, passate per il convento, dietro la basilica della Madonna e chiamate padre Saverio, io sto là”. “Buonanotte Ernesto, vengo senz’altro, buonanotte.”

Gli aveva stretto il braccio ancora una volta, poi volgendo con vaghezza gli occhi a un cielo nero affollato di stelle, Ernesto Faraone era entrato nell’auto di uno sconosciuto che gli aveva dato il tu sin dall’inizio della serata.

La porta si spalancò. Zia Tatella comparve nella stanza pronunciando gioiosamente ad alta voce: “Amedeo!” Questi le andò incontro con un sorriso entusiasta allungando la mano per stringere la sua, ma già l’abbraccio di quel donnone lo aveva circondato strettamente e due baci si stamparono sulle sue guance. Stretto al suo petto di antica matrona, e senza alcuna possibilità di opporsi, si lasciò invadere dal profondo senso di protezione che quell’affettuoso gesto prepotente trasferiva al cuore, mentre un disco d’oro lucente come un piccolo sole appeso alle sue orecchie, dondolava sotto il naso di Amedeo.

“Figlio mio, figlio mio”, sussurrava sul suo petto, un sussurro che somigliava ad un lieve lamento e, quando alzò gli occhi, per guardarlo in viso, era commossa. Lo fissò ancora poi disse: “Gesù, Gesù come stai sciupato, io mi sono fatta vecchia è vero… no, no non dirmi che non è vero, ma tu non sei cambiato proprio, tale e quale… Gesù, Gesù” – fece un passo indietro per guardarlo meglio.

Allungando la mano verso il bastone appoggiato al letto, Amedeo, contento, disse: “è straordinario, cara zia Tatella, ti voglio bene come allora, anche di più. Mi aspettavo di vederti stamattina, ma non mi aspettavo di emozionarmi tanto”. Zia Tatella uscì dall’ombra spostandosi verso il balcone, entrando in pieno sole, il suo camice azzurro s’illuminò come sotto un faro. I piccoli cavallucci marini rossi stampati sulla leggera stoffa si mossero insieme come spostati da un’onda – “Amedeo, e il bastone? Che è successo, Rosanna mi ha detto qualcosa, ma non sa niente, ti sei fatto male?”. Poi si fermò mentre lui si abbottonava la camicia: “che occhi che tieni! Sono sempre uguali, due carboni ardenti. Spiegami perché tieni il bastone, poi andiamo giù in cucina…Rosanna ti aspetta per fare colazione, sta preparando la limonata e il caffè… dimmi, bello di zia Tatella, che è stato?”

Si appoggiò con una mano a una sedia di vimini e lo guardò attenta. A lui vennero in mente quelle immagini fotografiche dei primi del ‘900, dove la persona fotografata guarda attentamente nell’obiettivo e ha poi una mano sempre appoggiata alla spalliera di una sedia, mentre un panorama marino di stoffa fa da sfondo. Qui era tutto vero, una sedia, lo sfondo, la luce, e perfino la figura della foto, robusta, sorridente e anche con i capelli tirati in un argenteo toupè che brillava nel cielo azzurro.

Che cosa leggeva zia Tatella sulla sua faccia senza espressione, cosa coglieva del silenzio di quella figura ormai sosia di Amedeo? Che cosa rispondere a quell’antica immagine di madre sul cui volto passavano come velocissime ombre le sfumature dell’attesa? Aveva previsto di dover spiegare perché zoppicava e perché portava un bastone sul quale appoggiava la sua insicurezza.

Aveva deciso di parlarne poco e dire quanto bastava per chiudere velocemente il discorso così come aveva fatto il giorno prima con Rosanna e Gaetano, – “niente di straordinario” – disse girandosi di spalle- “un incidente, devo portare il bastone ancora un pò, non t’impressionare, sto facendo la riabilitazione ma non posso forzare molto”.

Si avviarono alla porta, mentre zia Tatella con le labbra serrate, dondolava il capo – “Beh, adesso scendiamo, Rosanna aspetta in cucina. Gesù, Gesù, ti potevi fare male, ma statevi attenti con queste macchine, non correte”. “È stato con la macchina?” “No, no “- rispose lui, vago. Lo salutò con una carezza in fondo alla rampa dicendo che andava a prendere il bucato steso nel cortile di dietro.

Se zia Tatella avesse insistito, lui non avrebbe saputo cosa rispondere, a quella donna non si poteva nascondere nulla, era sempre stato così, davanti a lei si finiva sempre per dire tutto, senza reticenze e senza timore, aveva una qualità speciale, difficilmente riscontrabile a primo acchito in altra gente, sapevi e sentivi subito che sarebbe stata dalla tua parte, incondizionatamente, e che non avrebbe mai rivelato ad alcuno ciò che avevi detto.

Amedeo si avviò per il lungo corridoio di maioliche, piastrelle antiche, color verde acqua, che tra le luci e le ombre, proiettate dalla veranda, dalla biblioteca, dal salone, assumevano la trasparenza del mare calmo a riva e ogni volta che lo attraversava veniva spontaneo chiedersi come mai non ci si affondava dentro bagnandosi.  Giunto al salone, sentì il canto di Rosanna provenire dalla cucina.  Era una canzone quasi sussurrata, lieve. Le note uscivano dalla sua bocca ora chiusa ora aperta con calma melodia. Rimase fermo in silenzio dietro la pianta di cocco che occupava l’angolo del salone e si lasciò penetrare da quelle note singolari e fascinose. Già conosceva il potere del suo canto, la suggestione delle sue modulazioni.

Molte altre volte, anni addietro, aveva subito l’incantesimo di quei suoni: una dimensione sconosciuta in cui penetrava. Era il più dolce tormento che la sua mente avesse mai subito Era, supponeva, un incantesimo, dal quale usciva stupito, svuotato dei sensi. Attribuiva al suo mal d’amore per lei l’effetto del suo canto.

Mai aveva pensato a una magia, come quella del canto delle sirene di cui i naviganti subivano il fascino e l’annientamento della volontà. Lì, nascosto dietro al cocco, gli venne naturale pensarlo, la voce gli giungeva morbida, insinuante, non poteva distrarsi. Sentì la sua arrendevolezza salire dalle gambe e un attimo di smarrimento ebbe, quando il cuore cominciò a pulsare più forte e la mente a scardinare le porte dietro le quali aveva chiuso la passione per Rosanna. Era ancora innamorato. Dentro di lui il fuoco si era riacceso di botto. Non erano passati tutti questi anni, era ancora totalmente suo, corpo e anima, cervello e sensi.

L’abbaiare acuto e stridente di Pupa e Musetto, i cocker di Rosanna ruppero dolorosamente l’incantesimo. Scodinzolando affettuosi, gli andarono incontro e si affrettò a lasciare il nascondiglio di foglie frastagliate della pianta di cocco che giganteggiava dal grosso vaso di ottone luccicante.

Amedeo recuperò la sua freddezza, dissimulando l’agitazione con moine ai cani e carezze, i quali restituirono guaiti sordi e scodinzolamenti.

Entrò in cucina. All’abbaiare dei cani Rosanna aveva smesso di cantare, guardava sorridendo i due cocker mentre un profumo di limone entrava nelle narici di Amedeo, placando residui di smarrimento. “Un’accoglienza così festosa dispone l’anima all’allegria… dormito bene? La colazione è pronta” disse Rosanna. Era coperta da un accappatoio azzurro, i capelli umidi raccolti con uno spillone di legno sulla nuca, brillavano al sole che, senza timidezza, entrava dalla porta aperta sul terrazzo. Quando entrava nell’ombra, diventavano neri con riflessi bluastri.

“Buongiorno Rosanna, ho dormito bene, grazie. Ho sentito bussare alle otto, era Giovannino che ha consegnato l’auto?”. “Si, era lui. Gaetano è partito per Procida con Ornella, torna stasera”.

Nell’abbagliante cucina le maioliche di Delft alle pareti, restituivano la frescura dei piccoli paesaggi blu dipinti in miniatura e il gran tavolo di marmo bianco al centro della cucina era dominato da un enorme cesto di frutta. Rosanna prese dal cassetto una vecchia pinza di ferro con i manici lunghi e le estremità appiattite, tolse dal cesto due limoni e dopo averli tagliati a metà, pose i pezzi uno per volta sulle piastre di ferro, schiacciandoli e facendone colare il succo, che si univa agli oli spremuti dalla buccia in un grosso bicchiere. Colti dai raggi del sole, questi vapori luminosi esplodevano, creando piccoli arcobaleni che poi scomparivano in nuvole di profumo riempiendo l’aria di aromi oleosi che salivano nelle narici inebriando il cervello di energie provenienti direttamente dal disco solare. Avvicinò poi una brocca d’acqua gelata e sfiorò la guancia di Amedeo con un bacio: “Buongiorno, la limonata è servita” – disse con un sorriso mentre il caffè gorgogliava nella moka sul fornello. Quell’antica abitudine della casa di Rosanna riportò in lui calore e immensa gioia, che lo fece sentire parte di quel mondo antico. Fu colto da una languida nostalgia per un attimo. Il tempo non era passato, e questo era vero, lo aveva compreso per la seconda volta in pochi minuti.

Quel lieve bacio, quel contatto fresco sulla guancia, lo lasciò senza parole e con la testa vuota. Versò poche gocce d’acqua gelide nel grosso bicchiere e ingoiò l’aspro succo che lo svegliò con uno scossone da quell’intorpidimento nel quale stava ricadendo. Il profumo del caffè bollente stentò a penetrare lo spessore dell’aroma del limone, ma poi giunse acuto e amaro ristabilendo la realtà di agosto, fatta di sole caldo e luci intense.

Seduta di fronte, Rosanna versò il caffè lentamente e mentre gli avvicinava la tazzina e lo zucchero, presi dal vassoio, disse: “Gaetano torna con l’aliscafo delle sette, il tempo di arrivare qui da Sorrento e parte con Feliciello, te e qualcun’altro, forse Renato. Mi ha chiesto di dirti di portare le lenze a Feliciello, direttamente al bar, così lui prepara le esche e la lampara. L’appuntamento è al bar alle otto, poi scendete insieme alla marina, questo è quanto. Vuol dire che domani mangiate totani in cassuola o arrostiti sulla brace col limone e insalata… o li preferite imbottiti?” Mentre elencava i piatti gonfiò le guance, accostò le braccia al corpo, distese le gambe. Amedeo rise di gusto, non aveva mai visto l’imitazione di un totano imbottito. Lo disse mentre si alzava, lei rispose mettendosi in piedi: “Secondo me ti dovresti cimentare nella pesca del pesce spada, oppure del pescecane, maneggiando arpioni e pugnali”. “Si certo, sono d’accordo, potrei addirittura navigare tutti i mari in cerca della mia balena bianca, come quella di Achab, sono certo però che ciascuno di noi nasce con lo scopo di prendere un sol tipo di pesce. A me per esempio tocca pescare il totano, meglio ancora se imbottito”. Lei sorrise ancora e aggiunse: “Ti va di scendere con me a marina Lobra? Io voglio fare il bagno e stendermi al sole”. – “Si ne ho voglia anch’io, ma più tardi, devo vedere una persona giù al santuario della Lobra, ma non ci vorrà molto tempo”. “Bene” – rispose Rosanna- “vuole dire che andremo a piedi al mare, ci fermeremo da Feliciello per le totanare, poi al santuario, poi al ristorante se avremo fame, e infine sulla scogliera. Il programma mi attira, e poi mi farà anche bene il bagno di folla che faremo, non scordiamoci che oggi è la festa della Madonna; stasera ci sarà anche la processione a mare con i fuochi artificiali, sai che ti dico, voglio partecipare anche a quella. Un taxi ci porterà al santuario e seguiremo la funzione fino al porto, così dopo aspetterai gli altri alla barca e partirete per punta Campanella. Ma tu te la senti di camminare tanto, con il bastone, non ti farà male?”. “No, no, non preoccuparti, anzi devo fare esercizi e una buona passeggiata mi farà bene. Piuttosto hai pensato che potremmo andare insieme stasera a pesca di totani?” “No, questo no, tu sei il pescatore, io invece sono del segno dei pesci”.

Zia Tatella entrò in quel momento, facendosi precedere da un grosso cesto di vimini pieno di biancheria. La sua sagoma riempì la porta oscurando la cucina.

“Permesso, fatemi largo sul tavolo”. Rosanna spostò la frutta e zia Tatella depositò il bucato profumato d’aria esclamando: “Ma che fate ancora qua? Scendete al mare, io qua devo mettere ancora molte cose a posto, ieri sera avete lasciato piatti, bicchieri anche sul muretto e sotto i lampioni. A proposito, ci sta pure qualche geranio spezzato, poi ho trovato questo libro su un tavolino dietro gli ibischi… sapete chi l’ha perduto?” Zia Tatella aveva tirato fuori dal cesto il libro che Amedeo aveva portato per Rosanna, ancora impacchettato. “Guarda chi si vede, grazie, l’avevo dimenticato, forse è scivolato sotto il tavolino e nella confusione m’è uscito dalla testa; era un pensiero per Rosanna, scusami se te lo do adesso, e grazie a zia Tatella, perché non ricordavo più dov’era”. Rosanna girò intorno al gran tavolo e prese il libro. Lo rigirò tra le mani e disse: “Grazie, lo voglio aprire con calma. Ora salgo a cambiarmi. Zia Tatella, pranziamo alla marina, Gaetano torna stasera, tu vatti a godere la festa e la processione” – “e pure voi andatevene al mare e prendete molto sole, riposatevi.  Amedeo tu mangia, stai un pò sciupato, però gli occhi sono diventati più scuri e belli.”.

“Te l’avevo detto, zia Tatella s’è innamorata di te” – disse Rosanna stuzzicandola. “Lazzarona, vatti a vestire” – concluse zia Tatella con un sorriso affettuoso rivolto a Rosanna che stringendo al petto il libro lanciò un bacio a zia Tatella e si avviò di sopra. Amedeo uscì dalla cucina e s’immerse nella luce e nel calore, mise gli occhiali da sole e si avvicinò al muretto.

Zia Tatella aveva già sgombrato il giardino dai tavoli e dalle sedie. Il mare di sotto si frangeva sugli scogli con una cadenza regolare, in fondo l’orizzonte scompariva nel cielo, non c’era nessuna linea a segnare il limite, forse era l’effetto di un pò di foschia lontana.

Le vicende di queste ore gli si affollavano nella mente, cominciò a mettere in ordine i pensieri ricordando l’appuntamento con Ernesto Faraone, il fisarmonicista cieco, cominciava a essere ansioso di capire quelle frasi misteriose della sera precedente relative a quell’amico in comune e al “San Filippo”, la barca verso cui sentiva un’acuta nostalgia.

Ernesto gli aveva dato dei messaggi sottintesi forse, ma li avrebbe dovuti capire, o forse ignorare, in fondo era una storia passata e forse era meglio dedicare più tempo al presente riempito totalmente da Rosanna.

Sentiva che la storia del “San Filippo”, del misterioso amico in comune, di Ernesto, in qualche modo s’intrecciava con Rosanna. Non capiva come e non si spiegava neanche il perché. Sentiva che doveva incontrare Ernesto Faraone assolutamente, perché era necessario parlargli, sapere, capire. Non era solo curiosità, ma una parte della sua vita, non conoscendola, non l’aveva ovviamente neanche mai vissuta. Voleva che i tasselli andassero al loro posto ricomponendo un quadro che solo adesso aveva capito che esisteva, ma non se ne era mai accorto. La quantità di domande che ronzavano nella sua mente gli sembrarono eccessive, viste cosi erano solo confusione, si impose di cominciare a razionalizzare, cercare un ordine un allineamento di quelle domande, per avere una minima possibilità di pensiero coerente a cui affidare l’inizio di un ricordo, una ricostruzione plausibile delle sue permanenze a Massa Lubrense. Da dove cominciare? Nella sua mente si confondevano le estati, una cronologia temporale pur necessaria, non riusciva a darla. Gli tornò nella mente la passeggiata sui sentieri di Massa, con Rossana, e pochi altri fino a S. Costanzo, attraversando piccole frazioni tra boschi che si aprivano sul golfo di Napoli e la costiera Amalfitana, fino alla baia Nerano e Punta Campanella, lasciando tutti senza fiato, muti davanti a tale bellezza. Lì il primo bacio di Rosanna, era stata lei a baciarlo. Seduti sotto una grande quercia, fu lei a rompere quel muro invisibile che Amedeo non riusciva a eliminare. Tante volte aveva pensato di dichiararle il suo amore, ma gli mancava sempre qualcosa per arrivare fino in fondo, il passo che riteneva “audace” lo rimandava al giorno dopo, ad un momento che riteneva più favorevole, e che forse non sarebbe mai arrivato se Rosanna non avesse deciso di spazzare via con quel bacio tutta la sua timidezza, davanti a tutti i compagni che a quel bacio applaudirono, come se aspettassero proprio quello da tempo.

Questi ricordi di Amedeo, evocati con tenerezza, di colpo furono spazzati via dal senso di amara sconfitta che provò quando Rosanna lo lasciò, sentì frantumarsi dentro, provò sgomento e solitudine, sentimenti questi che erano rimasti vivi e cocenti per anni, e lo avevano allontanato da quello che tutti consideravano il più potente sentimento per diventare migliori: l’amore.

L’amore per Rosanna, in tutti questi anni, l’aveva tenuto sopito, imprigionato. L’aveva dimenticato, ma poi il suo canto l’aveva risvegliato di botto. In quegli attimi nascosto dietro la pianta di cocco, il desiderio di averla per se come una volta era diventata incontenibile, era brama dolce, a cui non intendeva sottrarsi ne opporsi.

Ricordò di aver accettato l’invito a Massa senza sapere quello che poteva succedere ai suoi sentimenti, era partito da Roma sereno, anzi per strada aveva pensato di tornarsene indietro a casa sua, all’ombra delle serrande chiuse, al fresco dell’aria condizionata, al silenzio del suo quartiere, vuoto in agosto, alla pizzeria sotto casa e alla pila di cassette dei films che non aveva mai avuto il tempo di vedere. Adesso invece era colto da un turbamento assurdo, doveva dire a Rosanna che ancora lo amava, che per lui non era cambiato nulla, che sentiva di non poter tornare nel silenzio dopo averla rivista.

Gaetano l’aveva mortificata con i suoi squallidi tradimenti e certamente aveva voluto offendere anche Amedeo, rendendolo partecipe. Era inaccettabile. Pensava a Rosanna, la sentiva sola, impaurita.

Adesso un vero ordine nei pensieri in realtà non l’aveva messo, anzi aumentava la confusione dei suoi sentimenti. Si scontravano in lui opposte emozioni e l’unica realtà, veramente prorompente, rimbalzava dall’azzurrissimo mare, che riusciva a stemperare il subbuglio del cuore e della mente. Cominciò a pensare che forse Rosanna non avrebbe più accettato il suo amore dopo tanto tempo, tanto più che era cambiato, certamente un pò invecchiato e i capelli, più radi e già sfumati di bianco, e poi la gamba, il bastone, non riusciva a pensare con chiarezza.

A quello stupore di luce si univa a mano a mano l’odore caldo della limonaia, agendo da lieve narcotico alla turbolenza delle sue sensazioni che a tratti lo esaltavano e a tratti lo deprimevano. Accese una sigaretta, i primi colpetti di tosse interruppero il filo sconnesso dei pensieri. Si sedette sul muretto e lanciò la sigaretta appena accesa lontano, verso il mare, con un gesto violento. Contemporaneamente pensò che potesse provocare un incendio; era poi vero che una sigaretta accesa tra i cespugli era capace di sviluppare un incendio? Non riuscì a vedere, dove si era fermata, forse era arrivata giù fino agli scogli.

Rosanna guardava Amedeo dalla soglia della cucina, mentre allungava lo sguardo giù dove si frange il mare, e le venne il desiderio di chiamarlo, ma continuò a osservarlo pensando che era un bell’uomo maturo, e molto elegante in quell’atteggiamento di naturale disinvoltura. S’incamminò verso di lui, il rumore dei passi sulla ghiaia del vialetto richiamò la sua attenzione. Poi, girandosi, vide Rosanna. Si alzò e accennò un inchino esclamando: “Eccomi……. sia l’istante tre volte benedetto, in cui, risovvenendovi, finalmente di me, venite qui”. Sorridendo Rosanna disse: “Scusa il ritardo, Amedeo, o vuoi che ti chiami Cirano? Non trovavo più la sacca delle lenze. Tieni, controlla che ci sia tutto”.

Amedeo prese la sacca e avvicinò il bastone al fianco come se rinfoderasse una spada e disse: “dell’ardir mio mi pento, io dicevo a me stesso di tacere”. Rosanna rise gaia e aggiunse: “Tu credi che il Signore di Bergerac possa venire con noi a fare un bagno sugli scogli?” “No, non credo, sono certo che è impegnato altrove. Però permettimi di dirti che mi lasci senza fiato, e se per strada ci saranno commenti al tuo passaggio, il mio amico sfilerà la spada e spegnerà l’ardito, va bene?” “Va bene” – concluse Rosanna – portando sulla spalla i manici della borsa da mare. Si avviarono lungo il vialetto che passava nella limonaia.

Era rimasto senza fiato davvero; lo splendore di Rosanna era notevole, un abito color glicine corto ne lasciava scoperte le spalle e l’addome, i capelli neri sciolti, sandali bianchi.

L’abbronzatura, mai eccessiva, le regalava un accento orientale mettendo in rilievo le mandorle nere degli occhi.

La bellezza di Rosanna non era solo nelle forme e nel portamento, andava oltre, come se avesse intorno una musica, che nessuno udiva, ma che l’accompagnava nei movimenti di tutte le parti del suo corpo, anche i capelli ad ogni passo o quando girava la testa, sembravano accarezzare l’aria, trovavano il giusto posto anche se era il vento a scompigliarli. Un ritmo morbido, suadente, accarezzava i suoi fianchi e i suoi passi e facevano pensare ad una danza magica, dove il tempo era scandito dai battiti del cuore della natura.