FERRO, ACCIAIO E BIBITE GASSATE, DAL 1864 AL 2019 …STORIA DELL’ACCIAIO MODERNO ITALIANO

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 –   di Nicolò Antonio Cuscunà  –

Stabilimento di Bagnoli – 1911                                        –                  Stabilimento di Bagnoli – smantellamento

Dall’Unità d’Italia, la storia del ferro e dell’acciaio italiano è sempre stata travagliata, alti e bassi e sono stati spesi soldi pubblici e privati a vagonate, per garantirne l’indispensabile produzione. Il più antico polo produttivo fu fondato sulla costa di Piombino (LI) nel 1864. L’unificato regno d’Italia necessitava di grandi produzioni di ferro, indispensabili alla nascente nazione, opere infrastrutturali, trasporto su ferro e mare, dovevano servire alla società da industrializzare. Nel 1906 viene costruita a Bagnoli (NA), l’acciaieria più grande del Mediterraneo, fautore l’economista politico Francesco Saverio Nitti. Nel 1960 è la volta delle acciaierie di Taranto, le cui alterne vicende, tra pubblico e privato, sono oggetto di storia contemporanea e dei fallimenti della politica. Nel 1970/71, il governo presieduto dal democristiano Emilio Colombo, per sedare la rivolta dei “BOIA CHI MOLLA”, scoppiata a Reggio, causa il mancato riconoscimento del capoluogo di Regione, decise la costruzione di un nuovo polo siderurgico in Calabria. La costa tirrenica della pianura di Gioia Tauro, compresa tra i fiumi Mesima e Petrace, venne sconquassata per costruirvi il porto indispensabile all’acciaieria. Negli anni successivi il 5° Centro Siderurgico, così denominato, non è stato mai costruito. Nel contempo sono stati sperperati 13.000 miliardi di lire, vanificati 39.000 posti di lavoro, trasformata la ‘ndrangheta da silvo-pastorale a imprenditoriale dai colletti bianchi. Nella piana di Gioia Tauro l’agricoltura d’eccellenza venne duramente colpita per fare posto al solo e famoso omonimo porto della città calabrese. Attualmente lo scalo del “basso Tirreno” calabrese serve da interscambio “mare-mare”, lo scalo merci non decolla, l’area industriale è deserta. Questi accadimenti spiegano il prosperare delle cosche e ‘ndrine mafiose e la fuga dei giovani verso il nord Italia e Europa. Intanto, mentre i governi di centrosinistra sperperavano denaro pubblico tradendo i calabresi, l’Italsider di Bagnoli mostrava i maturi segni di crisi, terminati nel 1990 con la definitiva chiusura e successiva svendita a Cina ed India. L’area di Bagnoli di 2 milioni di mq, ancora oggi resta da bonificare per stabilirne progetti di rilancio futuri. La società “Bagnolifutura” chiamata al primo intervento di bonifica, fallì sperperando miliardi di soldi pubblici. Attualmente, sempre con soldi dello Stato si tenta di recuperare al comprensorio quell’area dalla vocazione culturale-turistica. L’inconcludente politica industriale italiana, subalterna alla politica dell’acciaio franco-tedesco, in aggiunta all’intromissione e imposizione neoliberista EUROPEA di meno-Stato, più mercato…hanno assestato il colpo finale alla traballante industria siderurgica italiana. L’ultima in ordine di tempo la crisi dell’ILVA, oggi ACELOR MITTAL, colosso franco-indiano, chiamato al capezzale dell’acciaio italiano. Il comparto siderurgico è indispensabile e va salvato, non soltanto per garantire il lavoro e l’occupazione, ma per l’importanza rivestita dal comparto indispensabile all’industria meccanica, di trasformazione e componentistica di cui il nostro Paese è capofila nel mondo. L’Italia dell’acciaio non può dipendere né essere ricattata da Paesi concorrenti, la miopia e l’ignoranza politica non possono continuare, è in gioco il futuro di ognuno di Noi. La fuga dal SUD di 2 milioni di giovani intelligenze è il risultato di vecchie incapacità, sommate alle castronerie attuali di governicchi guidati da pressappochisti, incompetenti e ignoranti. I ritardi accumulati a Taranto nella tutela dell’ambiente non possono essere motivo di ulteriore perdita di credibilità nazionale, di occupazione e di strategia industriale. A Taranto non vince chi lascerà il fiammifero spento nelle mani dell’avversario politico, a Taranto non vincerà nessuno, a Taranto, se dovesse chiudere l’acciaieria, perderà l’Italia intera.