TRENTANOVE GIORNI

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  –        di Massimo Moscarella        –                  

773C8CA2 9910 11EA B5B3 12479134DAAB TRENTANOVE GIORNI– Hai aspettato di proposito il giorno della Festa dei lavoratori, per dirmi questa cosa, oppure ne parli oggi solo per caso?

Questo disse Bianca, e suo marito, che le aveva appena confessato di avere una relazione con una ragazza, davanti a quella manifestazione di apparente serenità restò di sasso. Così abbassò lo sguardo e fece un colpetto di tosse prima di rispondere:

– No. Al fatto che oggi è il primo maggio, non avevo pensato. Ma per te fa qualche differenza?

Bianca sorrise in modo triste.

– Purtroppo non ne fa. Anche perché da parecchio tempo sapevo del tuo tradimento.

Lui sembrava sbalordito.

– Tu sapevi? E come mai…

– Vuoi sapere perché non dicevo niente? Speravo di sbagliarmi. O forse tacevo per vigliaccheria, temendo il momento in cui mi avresti spiattellato in faccia la verità. Ma da qualche giorno non è più così.

Lui, perplesso, si grattò la testa e la osservò.

Bianca andò verso la finestra. Provò a guardare fuori, ma vide solo la sua immagine riflessa dal vetro. Aprì le imposte con l’intento di fissare l’attenzione su qualcosa, ma non vedeva che il vuoto.

Dovette fare uno sforzo tremendo per tornare al centro della stanza.

– Come ti dicevo, da qualche giorno tutto mi appare sotto una luce diversa, e sono disposta ad accettare delle cose di cui non mi credevo capace.

Sospirò e riprese:

– Comunque adesso non è il caso che sprechi con te troppe parole. Sarebbe inutile. Non capiresti.

Lui era sbigottito.

Lei appariva così calma che quasi gli faceva rabbia.

Allora abbandonò i modi sommessi e le si rivolse con tono alterato:

– Ma come potevi restare in silenzio, se sapevi tutto?  E ora che ho, come dire, dato ufficialità a tutto ciò, perché non mi accusi di essere un porco? Coraggio, dillo che ti faccio schifo!

Alberto cercava inconsciamente lo scontro, ma vide negli occhi di lei una luce così intensa da costringerlo ad abbassare lo sguardo.

Bianca, senza rendersene conto, o forse intenzionalmente, gli andò in soccorso:

– Non ti porto rancore, e c’è una ragione per tutto questo. Ma è ancora presto per spiegartela. Per il momento ti chiedo solo di fare tre cose. Non tanto per me, quanto per i nostri figli.

Alberto, che si era sentito così forte da credere di essere pronto a tutto, allargò le braccia in segno di resa.

– Hai ragione. E’ giusto che tu ponga delle condizioni. Sappi, però, che avevo tutta l’intenzione di assumermi le mie responsabilità.

A sua moglie scappò una risata nervosa.

– Vuoi dire che intendevi comportarti da galantuomo? Che non avresti fatto mancare gli alimenti a me e ai bambini?

Lui si sentì ferito, ma ebbe il buon senso di non mettersi a fare l’offeso.

Bianca voltò la testa di lato e con il dorso della mano si asciugò in fretta una lacrima.

Suo marito sentì la volontà che vacillava. Bianca lo aveva spiazzato, ma si riscosse: non poteva fermarsi adesso.

Il giorno prima, quando aveva deciso di parlarle in modo chiaro, si era aspettato le peggiori reazioni; per esempio che lei si mettesse a piangere disperatamente; in tal caso le avrebbe chiesto di non fare scenate per tutelare la serenità dei figli.

Pure ad amici e parenti, secondo Alberto, sarebbe stato il caso di far credere che tutto andasse bene. Insomma dovevano essere così bravi da far pensare che la loro separazione fosse un patto stipulato fra persone a modo che non si lasciano dominare dai sentimentalismi. Ma ora che aveva vuotato il sacco, non gli sembrava di aver svuotato anche la coscienza. Si sentiva un po’ confuso, ma forse stava cercando di vedere i problemi anche dove non c’erano.

Seghe mentali, le avrebbe definite il suo amico Giovanni, un gran fedifrago che sull’infedeltà coniugale ne sapeva una più del diavolo.

Alberto non avrebbe mai usato certi termini, ma in quel caso non gli avrebbe dato torto: lui ormai amava Luana, che gli aveva fatto battere il cuore come non gli capitava da tempo, e non aveva nessuna voglia di tornare sui propri passi.

Luana era di parecchio più giovane di Bianca, anche se non era bella come lei. O meglio, a ventisei anni non era bella come lo era stata Bianca a quell’età, però Alberto con quella ragazza aveva riscoperto la passione. E poi – così pensava – se un uomo arriva a quarant’anni e si accorge di non aver sposato la donna giusta, avrà pure il diritto di rimediare all’errore.

Bianca gli aveva dato due figli, ed erano stati due vividi lampi di luce nella sua vita di grande lavoratore. Aveva amato molto i suoi bambini. E li amava ancora. Si era chiesto se fosse il caso di dare un dolore pure a loro, ma poi aveva pensato che Carlo e Federica erano ormai abbastanza grandi da reagire al dispiacere che la separazione dei genitori gli avrebbe procurato.

Il maschio aveva dodici anni; Federica invece solo cinque.

Beh, non erano tanto grandi, a pensarci bene, ma Alberto era certo che avrebbero saputo cavarsela. Lui, per esempio, rimasto orfano ad appena sette anni di madre e di padre per un incidente stradale, era stato affidato ai nonni paterni.

I due vecchietti lo avevano amato tanto, ma in fondo lui si era fatto da solo, studiando molto e scalando la vetta sociale senza chiedere favori ad alcuno.

Tali padri, tali figli. Così si dice. Dunque che aveva da temere?

Per troppi anni Alberto aveva badato alle cose concrete, e se adesso decideva di vivere un po’ al fuori dagli schemi, che colpa gli si poteva attribuire? Quella di voler essere felice?

Gli anni del fidanzamento e i primi del matrimonio con Bianca, la bella ragazzina conosciuta al liceo, erano stati gioiosi, questo doveva ammetterlo. La grande passione con il tempo si era affievolita, ma fino all’anno scorso Alberto aveva voluto bene solo a lei. Non aveva cercato delle avventure, pur avendone la possibilità.

Però poi gli avevano presentato Luana, e con lei era stato un amore a prima vista. Uno di quelli che fanno restare svegli di notte pur senza sentirsi stanchi il giorno dopo. Allora aveva iniziato a ragionare e a valutare il matrimonio usando parametri differenti, e si era convinto che nel suo caso costituiva solo un intralcio alla piena felicità.

Però ora che le aveva spifferato tutto, Bianca lo sconcertava.

Ma perché nei suoi occhi non leggeva l’odio che si sarebbe aspettato?

E poi, quali erano le tre condizioni di cui lei aveva parlato?

Glielo chiese.

Bianca usò poche parole, ma fu chiarissima:

– Il nove giugno terminano le lezioni, e vorrei che Carlo finisse l’anno scolastico senza problemi. Ti prometto che il giorno dopo parleremo a lui e a Federica usando la più grande calma di cui saremo capaci, e poi sarai libero di andartene.

Lui si era aspettato che gli chiedesse chissà cosa, e si sentì sollevato. Si disse d’accordo. Aveva già calcolato che al nove giugno mancavano trentanove giorni, cioè meno di un mese e mezzo: quel tempo sarebbe passato in fretta.

Mentre ragionava così, Bianca attaccò con la seconda richiesta: in quel periodo, lui non avrebbe dovuto incontrarsi con Luana. Non pretendeva di tenerlo prigioniero, e neanche che la notte dormisse nel lettone, ma solo che non si vedesse con quella ragazza.

Uffa – pensò Alberto – ecco che cominciano le ripicche. Bianca vuole tenermi lontano dalla donna che amo. Ma sì. E’ una cosa che si può fare. Ora le dico che va bene, e poi con Luana farò in modo di vedermi lo stesso.

Aspettò che sua moglie ponesse la terza condizione.

Bianca lo fece mentre lo guardava dritto negli occhi.

– Per ultimo, ti chiedo che in questo periodo, ogni sera, di ritorno a casa dal lavoro, tu mi porti un fiore. Deve essere una rosa. Deve essere bianca.

Lui si ricordò che tanto tempo prima, quando erano ancora fidanzati e lui iniziò a lavorare nello studio legale di cui diventò poi il socio di maggioranza, prese l’abitudine di portarle una rosa tutte le volte che si vedevano. Le aveva spiegato che la scelta del colore non era casuale: bianca era la rosa, come Bianca era la donna che lui amava.

Quell’abitudine andò avanti fino alla vigilia delle nozze, e perciò la richiesta di Bianca gli sembrò un colpo basso. Tuttavia quello che sentì salire dal profondo delle viscere e riempirgli il petto e la bocca di uno strano sapore, non era qualcosa di malvagio.

Provava dunque solo un profondo senso di colpa nei confronti di sua moglie, o c’era qualcos’altro?

Capì che doveva fuggire da quella situazione così imbarazzante.

Provò una vergogna opprimente, ma anche una sensazione che lui, sempre così bravo a spendere paroloni nelle aule dei tribunali quando c’era da salvare il sedere ai lestofanti della peggior risma, non avrebbe saputo definire.

Gli sembrò di essere sul punto di piangere. Se lo avesse fatto, tutto avrebbe potuto complicarsi, e lui non voleva tornare indietro.

Le diede le spalle e rispose frettolosamente che gli stava bene tutto.

Pensava che trentanove giorni sono brevi: il suo amore per Luana avrebbe resistito alla prova.

Nel frattempo i suoi dubbi residui sarebbero svaniti definitivamente.

Il giorno dopo s’incontrò con la ragazza nel solito motel, ma non fecero l’amore. Luana glielo propose, ma lui non volle. Quando gliene chiese la ragione, Alberto le raccontò tutto.

Luana scoppiò a ridere.

– Mi sa che la tua signora non ci sta più con la testa.

Lui provò un cocente fastidio, e le annunciò che era sua intenzione rispettare il patto con Bianca.

A sua moglie sentiva di doverlo, anche se Luana faticava a capire.

– Otto anni di fidanzamento e altri tredici di matrimonio valgono un sacrificio di soli trentanove giorni, non ti sembra giusto?

No. Alla sua fidanzata non sembrava giusto. Ma Alberto, per la prima volta da quando si frequentavano, fece di testa sua, e quella sera portò un fiore a sua moglie.

Una rosa bianca come le aveva promesso.

La stessa cosa successe nei giorni seguenti, e andando avanti così, si rese conto che Luana non gli mancava poi tanto. Cominciò perfino a rispondere con fastidio alle sue insistenti telefonate in ufficio.

Durante le prime due settimane del periodo che lui aveva accettato come un necessario castigo, Alberto si sentiva a disagio. Bianca invece appariva serena, e soprattutto con i figli si comportò come se tutto procedesse normalmente. Quando i ragazzi le chiesero perché il papà dormisse in soggiorno, per esempio, rispose che doveva riposare su una superficie rigida per combattere il mal di schiena.

Dopo un mese, Alberto si rese conto che Bianca era dimagrita molto. Questa cosa l’attribuì al periodo stressante che lei stava vivendo, ma non poteva escludere che stesse osservando una dieta. Non ne provò fastidio, anzi: se Bianca ci teneva ad apparire ancora attraente, lui non poteva che compiacersene. La donna che aveva sposato si faceva bella per piacere al marito. Dunque lui poteva solo esserne orgoglioso.

Gli venne spontaneo fare un raffronto con Luana, che si recava in palestra ogni lunedì e giovedì, e in piscina tutti i martedì e venerdì.

Doveva ammettere che, seppure bene allenata, lei non aveva il fisico di Bianca, che non praticava alcuna attività se non quella, faticosa, di ogni donna che bada alla casa e cresce in modo responsabile i propri figli.

Più di una volta si era accorto che Bianca ancora in spiaggia attirava gli sguardi. Anche Luana, forte della sua giovinezza, era carina, ma dopo qualche mese che lui la frequentava, si era convinto che desse nell’occhio più che altro per come si vestiva.

Versace e Luis Vuitton erano i suoi preferiti: praticamente quella di Luana era un’eleganza acquisita, artificiosa. Il perfetto contrario di Bianca, dotata di una raffinatezza istintiva.

Pensò pure che lui e Bianca avevano sempre parlato di tutto, mentre per essere certo che Luana non si annoiasse troppo, bisognava evitare di mettere in mezzo la politica, i problemi del mondo del lavoro e il  gioco del calcio.

Il tempo passò, e qualcosa turbava sempre più Alberto. Il penultimo giorno, il trentottesimo, nel tornare a casa si rese conto di provare del desiderio per sua moglie.

Non si trattava di semplice eccitazione. Del resto negli ultimi mesi, quando aveva pensato al sesso, era stata Luana l’oggetto delle sue voglie.

Si disse che la vita certe volte è strana: credeva che avvicinandosi al trentanovesimo giorno si sarebbe sentito più libero, ma ora pensava che l’indomani lui e Bianca si sarebbero detti addio.

E lui questo non lo voleva più.

Ora aveva solo voglia di stringere fra le braccia sua moglie. Era una voglia intensa, quasi disperata. Voleva sentire il profumo di lei, della sua pelle, dei suoi capelli neri.

Pensò di chiederle, dopo aver mandato i bambini a letto, di dormire insieme per quella notte, ma come aprì la porta e fece per entrare in casa stringendo fra le dita una rosa, vide la sua sposa e sentì un pugno nello stomaco.

Bianca, distesa sul divano, fissava il soffitto.

Sembrava esausta. Ma forse era qualcosa di più.

Era sfinita.

Eppure quando vide la rosa bianca, la “sua” rosa bianca, sorrise.

– Stai tranquillo – ebbe la forza di dirgli – i bambini sono a casa di mia sorella.  Non volevo che si spaventassero.

Lui avrebbe voluto chiederle qualcosa, ma si rese conto che non era più il tempo delle domande.

Pensò di chiamare un medico; no, forse era preferibile portarla in ospedale.

Bianca mosse la testa debolmente e con un filo di voce gli fece capire che non desiderava altro che la lasciasse in pace.

Alberto provò la strana sensazione che sua moglie volesse perforare il soffitto con lo sguardo.

Non avrebbe saputo spiegare il perché di questa cosa, però la pensò.

Subito dopo, lui che era bravo nel parlare, ritenne opportuno ridurre il discorso all’essenziale.

Aveva capito che le diecimila parole che aveva in mente sarebbero state troppe.

Perciò non le disse.

Gliene bastarono molte di meno per spiegare a Bianca che la amava.

Come lo ebbe fatto, lei sorrise, allungò la mano tremante e gli fece una carezza.

Con quel gesto volle fargli capire che anche lei non aveva smesso di amarlo.

Poi chiuse gli occhi.

Quella notte non avrebbero dormito insieme.

Non avrebbero fatto l’amore. Non lo avrebbero fatto mai più, perché Bianca entrò in coma e morì alle otto del mattino del giorno dopo.

Era il trentanovesimo giorno.

La trentanovesima rosa, Alberto non fece in tempo a portargliela.

LA TRENTANOVESIMA ROSA

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