L’AMMINISTRAZIONE DI CARLO MARINO ED I “POLTRONISTI” DI MESTIERE

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   –      di Nicolò Antonio Cuscunà     –           consiglio comunale caserta cuscuna LAMMINISTRAZIONE DI CARLO MARINO ED I POLTRONISTI DI MESTIEREAffermare che in consiglio comunale della città capoluogo- Caserta- siedano amministratori è una vera barzelletta, si badi, con le dovute eccezioni che confermano le regole. Ad occupare i posti nei banchi di palazzo Castropignano sono una massa non definibile di personaggi, mutevoli all’abbisogna. Non c’è distinzione tra maggioranza e minoranza, o meglio, tra le maggioranze e le minoranze. Ambiti mutevoli, come i consiglieri, ambiti dilatabili e accomodabili, dipende dalla circostanza e dal prezzo. Allora assisti al soccorso, sul bilancio consuntivo e previsionale, di un ex forzista divenuto zinziano sulla strada di viale Falcone, sostenitore delle magagne del “sindaco Marino” per interessi di “quartiere”. Cioè, questo signore sostiene le “incertezze di bilancio” sol perché l’amministrazione ha posto in essere la sistemazione di un’area della città in cui nutre interessi di bottega. Caos totale, elementi emendativi posti ai voti senza il rispetto degli atti formali, spada di Damocle pericolosamente pendente sull’intero consesso per il parere negativo, al documento contabile, del capo dei Sindaci Revisori. Minacce di ricorso alla Corte dei Conti, assenze ingiustificate di consiglieri “figuranti” di quell’opposizione di facciata e non di sostanza. Ciliegina sulla torta, imbandita dal pasticciere-podestà Carlo Marino, l’uscita dalla sala per non votare, quindi per abbassare il quorum. dei rappresentanti d’Italia Viva di Matteo Renzi, Altieri, Caputo e Bellanova. Insomma un bel quadretto sistemato, rattoppato sotto elezioni regionali, una tela dipinta a più mani, di pessima fattura, d’indefinibile stile, di bassissimo valore. Tela, purtroppo, appesa a pareti logore e sporche di una città sonnolenta, abulica, indifferente rispetto alla qualità della vita “indegna” in cui è costretta a vivere. Città carica di debiti, senza presente né futuro, abituata a sopravvivere contenta di “feste e farine scadute” lanciate a mo di tozzoli di pane come è costumanza fare con i cani randagi.