DIARI DI GUERRA

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 –         di Francesco Aliperti Bigliardo *          –        diari guerra scaled DIARI DI GUERRATampono a fatica con uno straccio ormai saturo di sangue, lo squarcio che si è aperto all’interno della coscia in seguito alla terribile esplosione.  La testa comincia a svuotarsi di ogni pensiero e le forze divengono piu’ esigue della speranza.

“Lègati questa intorno alla gamba, attenuerà la perdita”

dice con voce sofferente Emilio, porgendomi il brandello di camicia sottratto all’uomo che giace ormai cadavere, nelle sue vicinanze. Sebbene l’approssimativa applicazione del legaccio abbia sortito l’effetto desiderato, forse per negarmi la vista di quell’orribile spettacolo, ma piu’ probabilmente per la assoluta mancanza di nuove energie, svengo.

Mi desto al riparo di alcune rocce oltre le quali si ripropone un desolante scenario di morte. Allo scabro e ruvido ammasso di queste pietre secolari, è affidato il compito di difendere la nostra condizione di abitanti il mondo delle scelleratezze.

Intanto il sole si adagia mollemente all’orizzonte, lasciando il posto alla luna borotalco nel cielo limpido e stellato.

La sensazione di freddo, unita al dolore della ferita ancora viva e minacciosa, mi tiene compagnia tutta la notte. Le urla di Emilio, sofferente per la frattura al braccio sinistro, si levano in sacrificio alle tenebre impassibili per compostezza e diafanità. Poi, quando il tremore che mi impedisce di parlare in maniera fluente, è divenuto una imbarazzante abitudine, riecco la luce del giorno ad animare nuovamente i corpi privi di vita.

Solo ora ricomincio a scrivere.

Emilio dorme finalmente. Pare sereno.  L’incubo della vita è lontano dalla sua fronte. Come una morbida coperta i caldi raggi del sole si posano sulle sue guance e le colorano con rassicuranti ombre giallo ocra. Il mio sguardo intercetta il libro che porta stretto nella mano destra. È la prima volta che vedo quel libro. Ad esso, con un filo di ferro molto sottile, è legata una penna. Strisciando sul suolo di pomice, riesco a raggiungere Emilio ed in preda ad una curiosità che mi ha reso piu’ gravoso il respiro, allento la presa della sua mano per impossessarmi del prezioso contenuto. Sono eccitato al punto che nemmeno mi accorgo del frastuono che le anime producono nella loro caotica ascesa al cielo.

Non so quanti giorni sono trascorsi da quando per l’ultima volta ho sentito il calore dei suoi occhi di brace, a volte, forse per la noia, forse per la distanza che da questi mi separa,  sono portato a credere che non siano mai esistiti. Mi manca la mia famiglia, il tenero Andrea. La foto che conservo nel portafogli non mi basta piu’. Ho voglia di carezze, delle sue carezze. Di quelle dita piccole e tenere sulla scorza delle mie gote.

Ci hanno detto che questa sarà la nostra ultima missione, ed ora capisco anche perchè. Ma cosa importa adesso? È inutile sperare di addormentarsi, il sogno della mia famiglia non tornerà piu’. Questa è la mia ultima missione”

Queste parole nascondono una malinconia che non conosco in lui. Non mi ha mai parlato della sua famiglia. Di lui so che ha da poco compiuto trent’anni e che lo sfregio che gli prolunga in entrambe le direzioni il sorriso, se lo è procurato da bambino, nel tentativo di mangiare una mela in un sol boccone. Mi  piace Emilio. Ho capito di che pasta è fatto dalla prima volta che ho incontrato quello sfregio. Sa bestemmiare senza far peccato. Amo la sua spontanea generosità, la sua contagiosa allegria. È integro e sano nonostante I molti mesi di trincea. La guerra non ha abbrutito la sua anima. È cordiale, è vivace. Come il primo giorno. È davvero sorprendente. La vita di trincea rende tutti meno umani. Appiattisce l’intelletto e moltiplica la naturale disposizione all’ozio. Predispone all’indolenza, ingigantisce I dettagli rendendo aspri I rapporti. Le giornate si susseguono in una attesa spasmodica dell’azione che deve venire, che verrà… chissà come, chissà quando. Ci vogliono nervi saldi e volontà di ferro per sopravvivere da uomini in queste condizioni. Inevitabilmente, col trascorrere delle ore passate a scrutare l’orizzonte, la tensione si allenta, I sensi diventano meno vigili e si precipita in uno stato di torpore dal quale pare impossibile venir fuori. La vita diventa molle, ci si culla in pensieri via via piu’ piccoli ed insulsi. Chi non è stato in trincea non sa di cosa sto parlando. Non si immagina il paesaggio che le granate disegnano tra la propria trincea e quella nemica. La vegetazione viene cancellata per sempre in un imbarazzante alternarsi di buche, avvallamenti e squarci privi di significato. Si ha voglia di dormire, di dormire fino a sciogliere la propria esistenza nella morte liberatoria. Ecco perchè di colpo ci si scopre coraggiosi quando si chiedono volontari per un’escursione. In quella azione si coglie una irripetibile possibilità di riscatto. Si fa a botte per essere reclutati. Il nemico non fa piu’ paura,.deve essere come noi, svuotato, inebetito, ingabbiato. Fà simpatia il nemico. Ci si vorrebbe scambiare qualche parola. Talvolta si tirano colpi solo per sapere se c’è ancora. Se ancora partecipa con noi a quel gioco assurdo…e poi meglio il pericolo, meglio l’avventura, meglio la morte violenta che il lento inesorabile stillicidio  delle ore mute. Emilio no. Lui trova sempre il modo per tenere vispa la luce degli occhi. Canta, fischia, e se non si deve far rumore perchè il nemico ci ascolta, intaglia il legno, sgrossa le pietre, scava trincee. Trincee nella trincea. La luce degli occhi diventa allora piu’ vispa ed io so che niente potrà mai spegnerla. Mi è piaciuto subito Emilio…con le parole del diario poi… è decisamente la persona piu’ bella che abbia mai conosciuto. Di colpo non ci sono piu’ morti intorno a me, anche la ferita sembra non esserci. La mia unica premura è adesso quella di penetrare fino in fondo il mistero meraviglioso del suo diario.

Ho paura…stavolta ho paura davvero. Non ce la faremo, moriremo screpolati dal gelo della notte o trafitti dai tiepidi riflessi della luce del giorno, in preda ai capricci della natura e delle sue millenarie manifestazioni. Ripenso ai miei sogni, al tenero Andrea, alla brace dei suoi occhi. Grido per il dolore che mi attraversa il braccio e poi piu’ forte grido, per il modo in cui queste urla mi stanno squarciando la gola. Ossessioni di un mondo ossessionato…

…ma ora basta, voglio solo dormire

Un brivido piu’ violento degli altri mi scuote al pensiero che si è tolto la vita. Proprio adesso che sento l’impellente bisogno di testimoniargli la mia ammirazione, il mio affetto. Lo stringo forte come avrei dovuto fare quando ci siamo visti la prima volta e capisco. Stavolta capisco per sempre. Si è ucciso fingendo di dormire. Non ci sono piu’ buchi da scavare, nè pietre da levigare. Il tutto dura un istante. Un istante in cui mi sembra di vedere la sua anima salire al cielo, di scorgere in essa l’immagine di un bambino che si dispera nel tentativo di mangiare una mela in un sol boccone.

Sono solo. Solo con I miei tremori e le mie paure.

Nel delirio di una cancrena ormai evidente, continuo a scrivere.

Penso alla foto di cui Emilio mi ha parlato nel diario. Quella foto deve essere salvata. Nel diario ha consegnato le sue ultime volontà.  Rivedo la luce vispa accendersi nel fondo dei suoi occhi. La cerco in preda ad una smania che cancella il dolore della sua morte. Se trovo quella immagine Emilio sarà salvo per l’eternità. La cerco allora anche dove non puo’ essere. Nelle mie tasche, dietro a quei cespugli, tra I fogli del mio diario. Infine la trovo. La coscienza è pero’ solo una subdola sensazione. Sono troppo debole per sopportare tutta questa fatica. Neanche distinguo I contorni dei volti impressi sulla minuscola fotografia. Me l’ero immaginata enorme. Un poster, … perchè? Invece è piccola e sbiadita, sembra un lontano ricordo. Accanto a quello che deve essere il tenero Andrea a fatica colgo la sagoma di un uomo. Un uomo grande, potrei essere anche io con quelle spalle larghe e la la testa cosi’ quadrata. La febbre mi impedisce di metterne a fuoco I lineamenti, eppure qualcosa mi dice che I contorni della sagoma non sono quelli di Emilio. Poi il cuore diviene tachicardico, una forza impetuosa mi spinge I bulbi fuori dalle orbite. Sento il bisogno di serrare le palpebre per evitare che gli occhi schizzino fuori. Un dolore lancinante mi impedisce di continuare a tremare ed al culmine della sofferenza, poco prima di perdere nuovamente conoscenza,  nella sagoma di quell’uomo, vedo la mia.

C’è un forte rumore adesso intorno a me. Il corpo è piu’ leggero del solito. Non sono morto. Ho ancora tutti I miei pensieri. Devo essere su un elicottero. Uno di quelli allestiti per il recupero dei superstiti. Il rumore è quello delle pale che fendono l’aria. Mi hanno recuperato. La guerra è finita., si ritorna a casa. La foto di Emilio è nella mia mano. La mano destra. Sento le vibrazioni del rotore nel petto. Sono vivo. I morti non hanno ritmo. Anche il ricordo di Emilio è salvo. La sua volontà è scampata alla morte. Emilio vivrà per sempre.

Hey …mi sentite? Grazie!…signori vi sto ringraziando, anche Emilio vi ringrazia, ci siamo salvati! Mi sentite? Avete visto il mio diario? Dov’è il diario? Parlo con voi, ci siete?…avete visto il mio diario?”

È troppo forte il rumore, nessuno mi puo’ ascoltare…sono io che non posso sentire le loro risposte, mi stanno parlando ma non posso capire, deve essere proprio cosi’…è ovvio con questo rumore…

presto saremo a casa Emilio…anche il rumore diventerà un ricordo lontano…

“…ma ora basta, voglio dormire”…

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* Francesco Aliperti Bigliardo (FAB) napoletano, classe 1967, scrittore per passione e metalmeccanico presso lo stabilimento Avio Aero (ex Alfa Romeo Avio) di Pomigliano D’Arco per necessità “perché non si vive di sole parole…” afferma.

Ha pubblicato nel 2009 per Edizioni Mayhem “La grande combustione” una commedia in due atti di ispirazione ambientalista andata in scena al teatro Gloria di Pomigliano d’Arco nel dicembre del 2014.