“LA SCONOSCIUTA”: LO SGUARDO MORBOSO DI TORNATORE SULLA VIOLENZA

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di Mariantonietta Losanno

Sei anni dopo la realizzazione di “Malèna”, in cui Monica Bellucci interpretava una donna ammialatrice che aveva la “colpa” di ossessionare gli uomini per la sua bellezza e sensualità, provocando così l’invidia di tutte le donne che le rivolgevano insulti di ogni genere, Giuseppe Tornatore non è cambiato molto. “La sconosciuta”, infatti, si apre con una sequenza di giovani ragazze nude e mascherate, procede con violenti flashback di stupri, insistendo morbosamente sul sesso, sulla carne, sulla violenza. I corpi -volutamente abbrutiti- sono dati in pasto allo spettatore; ritroviamo, dunque, la stessa scelta stilistica utilizzata in “Malèna”, nel cui nome era scritto il suo destino (è il “Male”, ma anche una Maddalena, vittima dell’ignoranza). La protagonista, ne “La sconosciuta”, è Irena, una donna di cui non si molto, solo che è arrivata in Italia dall’Ucraina -o probabilmente è tornata per chiudere un conto- portando con sé anche i traumi degli abusi subiti. Con l’aiuto di un portinaio -interessato ad approfittarsene- trova lavoro presso la famiglia Adacher, una coppia di orafi. Irena si occupa della loro figlia, affetta da una cronica incapacità di difendersi, e pian piano la conquista e le insegna a reagire ai soprusi. Però, il Male -che ha le sembianze del suo ex protettore- si ripresenta nella sua vita, intenzionato a rovinarle questa pace. 

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Quella de “La sconosciuta” è una violenza ripetuta e pedante, un trauma che non si può cancellare e che lo spettatore avverte anche sulla sua pelle. Irena è stata vittima di atroci violenze fisiche e psicologiche; è stata costretta a mettere al mondo ben nove bambini, che le sono successivamente stati strappati con la forza e dati in adozione. Tornatore immortala e denuncia perfettamente una realtà che tante donne come Irena sono costrette a subire, la maggior parte delle volte senza possibilità di reagire, perché c’è in gioco la loro stessa vita o quella della loro famiglia. Le musiche intense ed inquietanti del maestro Ennio Morricone creano grande impatto con le immagini e trasmettono emozioni forti, di fronte alle quali non si può restare indifferenti. Lo spettatore riflette su quanto possa essere forte la volontà di salvaguardare quella piccola parte di vita ancora intatta e in grado di far provare quelle emozioni che apparentemente riscattano del male subito. Ci si sofferma, immediatamente, dunque, a riflettere su quello che è ancora oggi la concezione del rapporto tra l’uomo e la donna. 

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Quanto siamo succubi della concezione secondo la quale il potere sia nelle mani degli uomini? È ancora realistico pensare che, se la donna decidesse di “fermarsi”, nel nucleo familiare non funzionerebbe più niente? Secondo questo ritratto -vecchio quanto la storia del mondo- le donne, pur mantenendo in piedi l’intera famiglia, non sono mai state intese come “padrone”, piuttosto come l’ingranaggio fondamentale di un meccanismo creato apposta perchè padrone non lo diventassero mai (nemmeno di se stesse), se non al prezzo di sensi di colpa e solitudine. In questo sistema non è la persona-donna il fulcro, ma la funzione materna (e dunque generativa e curativa) che agisce anche a prescindere dal fatto che ci siano figli. La donna la assume su di sé perché è educata a pensare di esservi naturalmente più portata, e lo fa prendendosi anche il carico emotivo di sapere che -se per caso non lo facesse o volesse smettere di farlo- l’intero dei suoi rapporti verrebbe giù, dato che è costruito usando proprio quella funzione come punto di scarico di tutta la struttura. C’è chi ancora crede in questa dinamica di potere, magari costruendoci sopra qualche leggenda apparentemente lusinghiera, come quella che vorrebbe le donne migliori degli uomini, descritti tutti come poveri inetti incapaci di badare a se stessi. Il sottinteso ricattatorio, che resta la forma peggiore di manipolazione emotiva mai inventata, è che se si rifiutano di assumere questo ruolo allora non è vero amore. O non è vera donna. E sempre secondo questo sistema, le donne sottoscrivono implicitamente un accordo secondo il quale, se ricevono un commento non richiesto (magari anche un insulto, come ad esempio “come ti sta male questo vestito”, o “ti vedo ingrassata”), e rispondono d’istinto spiegando che -semplicemente- quel parere non lo avevano chiesto, allora diventano nervose, acide, isteriche, oppure sono “in quei giorni”. Sono le donne a non sapere stare allo scherzo: che si tratti di un commento fuori luogo, di uno sguardo non gradito, di una forma di violenza. Sono sole goliardate degli uomini, tutti legittimati ad usare espressioni volgari, a parlare anche quando non gli viene domandato, a rivolgere insulti, occhiate, e sì, anche violenze.

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“Si può vivere un sogno in mezzo a tanti incubi?”: è questa la domanda che si è posta Irena, una donna che cerca disperatamente di riconquistare un pezzo della sua vita e della sua femminilità che le è stato rubato con il ricatto e la violenza. È proprio lei, la “sconosciuta” Ksenija Rappoport, interprete russa di scuola teatrale, il fulcro della pellicola; accanto a lei, poi, un cast di attori noti come Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Michele Placido, Alessandro Haber, Piera Degli Espositi. Tornatore racconta una storia di solitudine, in cui è solo la speranza di poter trovare consolazione a tenere in vita: è una vicenda di espiazione e di pietà, di emozioni forti e delicate, la rappresentazione cruda di un paese in cui tutto si compra e tutto si vende. Il regista sfugge dall’intento di denuncia, tenta piuttosto di mettere in scena -in modo crudo e viscerale- la testimonianza di una realtà purtroppo diffusa. 

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