SPRED IN RAPIDA DISCESA: LA PAROLA ALL’ESPERTO

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    Giancarlo Bedini e1610021149432 SPRED IN RAPIDA DISCESA: LA PAROLA ALL’ESPERTO       

       –      di Giancarlo Bedini     –                     

In questi giorni la discesa dello spread è continuata in maniera rapida, tanto che il differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e tedeschi con scadenza decennale ha raggiunto quasi i 100 punti base, un livello mai così basso dal 2015. Si pensi poi che nel 2011, prima della drammatica corsa in avanti che ha dato origine alla crisi del nostro debito fino al rischio di default, l’indice era pur sempre pari a circa 170 punti. Grande risparmio per il costo del debito, in parte inaspettato, e più risorse per la ripresa dunque. Ma come interpretare tutto ciò? “Un tempo” grandi movimenti dello spread erano indice di un mutamento delle aspettative degli investitori verso la capacità di “resilienza” e recupero di un paese oppure di un mutamento nella fiducia/sfiducia sulla stabilità e forza degli esecutivi. In realtà, oggi (ancora di più di quanto non facciano sempre) i mercati finanziari hanno la vista molto più corta e le spiegazioni di quanto sta avvenendo stanno in ragioni molto più contingenti

Le vicende recenti dello spread danno luogo in effetti ad una specie di effetto ottico, dovuto ad un paradosso finanziario che si manifesta in quella particolare situazione di “sospensione dell’economia” che è il periodo pandemico. Il fatto è che l’enorme immissione di liquidità operata dalla Banca centrale europea ha indotto un calo generalizzato dei rendimenti dei titoli di stato di tutti i paesi, che però partivano da situazioni ben diverse. In particolare diversa era la situazione dell’Italia, che aveva ed ha tassi d’interesse ancora superiori allo zero (ora 0,54%) al contrario di quasi tutti i paesi della zona euro. Su 14 paesi solo Rep. ceca e Ungheria hanno tassi positivi come l’Italia (la Spagna lo ha quasi pari a zero). Tutti gli altri, Germania in testa “pagano” mediamente tassi pari a -0,40%. Ciò significa che in realtà incassano un interesse dello 0,4 da chi presta loro i soldi. È evidente che più procede il calo generalizzato dei tassi, più cala la propensione a comprare titoli che non danno alcun interesse ma che addirittura ne richiedono il pagamento. Specularmente aumenta la propensione a comprare titoli dei pochissimi paesi rimasti che “pagano”. Così si spiega la “corsa” a comprare i titoli italiani. I nostri rendimenti calano, ma quelli tedeschi non altrettanto, perché sono già a livelli abbondantemente negativi Con tutto ciò resta il differenziale (spread), che in termini assoluti si è molto schiacciato, ma in termini relativi mantiene la sua ampiezza. Il paradosso sta nel fatto che si è formata una grande domanda di titoli italiani, proprio perché (o anche se) sono quelli che valgono meno.

In effetti, la cortina fumogena indotta dai programmi di acquisto titoli della BCE, che beninteso svolgono oggi una fondamentale funzione di accompagnamento, può portare (e non mi riferisco ai mercatI) ad un annebbiarsi della percezione dei “fondamentali” dell’economia e a smarrirsi in un’oscurità in cui tutti i gatti (o meglio “i tassi”) sono grigi. Cosa che non possiamo permetterci.

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