“LA SCUOLA CATTOLICA”: QUEI “BRAVI RAGAZZI” A CUI SI CONCEDE (ANCORA OGGI) LA CENSURA

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di Mariantonietta Losanno 

È paradossale che un film di denuncia come “La scuola cattolica” venga sottoposto a censura. Ed è ancora più paradossale che venga vietato ad una specifica cerchia di persone, ovvero i minori di diciotto anni (proprio gli stessi anni che avevano le vittime): è come se implicitamente – o, almeno, si spera non sia intenzionale – si “coprissero” ancora i carnefici, vietando ai ragazzi anche solo di vedere, attraverso un libero mezzo di espressione, quello che due loro coetanee hanno subito. Viene proibita, dunque, la possibilità di una ricostruzione e, così facendo, il film subisce una riduzione (in tutti i sensi) che permette ai carnefici di beneficiarne per essere – ancora una volta – “protetti”. Perché sì, fare censura significa mistificare, non proteggere dallo sgomento. Significa credere che un’opera come “Ultimo tango a Parigi” (di cui, addirittura, venne disposta la distruzione) possa sconvolgere i più bigotti, senza considerare che è proprio la cifra autoriale di Bertolucci la sua “perversione illuminata”; significa “togliere ad un comico la possibilità di fare satira”, come diceva Totò; significa “nascondersi” dietro le offese al “buon costume” per evitare che certe cose vengano rese chiare a tutti. E, nonostante la normativa attuale che, a partire dallo scorso aprile, abolisce in modo definitivo la censura cinematografica in Italia, esiste comunque una procedura di controllo sui contenuti dei film. Non è più possibile chiedere, da parte della Commissione, modifiche o tagli di scene, ma un sistema di “sorveglianza” – quasi “paternalistico” – orientato a consolidare la visione ideologica dominante, è ancora vigente. 

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E, così facendo, quei “bravi ragazzi” della “migliore borghesia” vengono ancora oggi “tutelati”. Il massacro del Circeo ha segnato la storia dell’Italia degli anni Settanta. A San Felice Circeo, tra il 29 e il 30 settembre 1975, due ragazze di diciassette e diciannove anni sono state seviziate, picchiate e violentate per trenta ore di seguito; una di loro muore, l’altra si salva fingendosi morta. Durante il processo, Donatella Colasanti (sopravvissuta al massacro per miracolo) salì al banco dei testimoni per ritrovarsi ad essere anche imputata: la difesa dei responsabili del delitto tentò di mettere in discussione la sua reputazione accusandola di “facili costumi” e sottoponendola al maschilismo imperante di quell’epoca, come di questa. Come si può pensare di ritenere questa vicenda lontana dai nostri tempi? Con quale “coraggio” si può affermare che la società di oggi non stigmatizzi le donne che subiscono violenze, piuttosto che i loro carnefici? Non è ancora possibile che si trovi chi aderisce a quella concezione “tossica” che condanna le due ragazze perché “non si dovevano trovare lì”? Se così non fosse, non ci troveremmo, oggi, nella condizione di sentire, su una rete televisiva, che le donne (a volte) sono “esasperanti” e che se c’è un comportamento aggressivo da una parte, ce n’è un altro intollerabile dall’altro. 

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Quello che Edoardo Albinati, che nel 1975 era un adolescente romano di buona famiglia e frequentava un liceo privato del quartiere Trieste, ha raccontato – in oltre mille pagine – nel suo romanzo, Stefano Mordini ha trasportato sullo schermo. Il film si pone l’obiettivo di sviscerare i “deliri” dei responsabili, inebriati dal culto della violenza e da idee politiche pericolose, ma resta “in superficie”: le prove attoriali sono (più che) convincenti, considerando anche il cast prevalentemente “giovane”, ma l’analisi del maschilismo aberrante (di allora come di oggi) avrebbe potuto essere approfondita diversamente. Oltre che le modalità, quei “deliri” (di natura politica, ma non solo) avrebbero meritato più spazio. Quel luogo “protetto” che è la scuola cattolica, in cui tanti genitori pensano di poter tenere al sicuro i propri figli, avrebbe potuto essere rappresentato in modo più lucido e meno equilibrato. Nel racconto di Albinati l’universo maschile e lo schieramento politico vengono indagati con una linearità differente. Mordini però, dal canto suo, voleva distaccarsi il più possibile dalle ideologie per evitare che potessero in qualche modo “assolvere” – anche se, soltanto parlare di “assoluzione” risuoni aberrante – ma quella distanza, che voleva anche essere un rispetto del dolore e un tentativo di non spettacolarizzare, si avverte. 

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Ne “La scuola cattolica” – e nel divieto ai minori di diciotto anni – c’è tutto quello che (ancora) non si vuole vedere. Perché, senza ricorrere alla retorica, è dall’educazione che si dovrebbe partire. Non si tratta solo di agiatezza e ricchezza, ma di credenze radicate che “legittimano” ragazzi privilegiati a ritenersi in diritto di possedere (e con questo il discorso non vuole svilire la drammaticità della questione focalizzandosi su una sola “categoria” di persone): perché, ancora prima di arrivare alle “armi” sono proprio le parole ad uccidere. Le stesse che hanno usato Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira nel definire le donne “pezzi di carne”. Qualsiasi parola usata, invece, per commentare queste affermazioni, appare inadeguata a rappresentare la ferocia delle azioni commesse. Mordini cerca di ricostruire la dicotomia tra il clima di fermento degli anni Settanta e la facciata perbenista di matrice religiosa, ma la narrazione si dimostra – purtroppo – in certi casi sommaria, con più di una parentesi aperta e mai chiarita e con una serie di episodi a sé stanti che non si incastrano all’interno dell’impianto narrativo. La penna “chirurgica” di Albinati non si traduce in una regia altrettanto lucida; c’è anche da dire che, però, fare i conti con una tale esplosione di violenza non era un’impresa facile. 

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Il massacro del Circeo ha segnato una tappa fondamentale nell’ambito delle battaglie femministe (anche se, parlando di “femminismo” bisogna stare attenti nel dare un’unica definizione): pensare che i minori di diciotto anni debbano essere “protetti” o, ancora peggio, manipolati nella loro libertà di sguardo e di pensiero rappresenta un’ulteriore sconfitta. Nascondersi dietro l’idea che la visione de “La scuola cattolica” possa travolgere emotivamente o scatenare effetti emulativi è oltraggioso: togliere “potere” ad un mezzo come il cinema escludendo, tra i fruitori, propri i diretti interessati è inammissibile. 

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