OSCAR 2022, “FLEE”: UN CINEMA CHE LIBERA E CHE ACCOGLIE IN UN “LUOGO SICURO”

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di Mariantonietta Losanno 

“Cosa significa la parola casa?”, questo è l’incipit di “Flee”, opera diretta da Jonas Poher Rasmussen con tre nomination ai premi Oscar come Miglior film d’animazione, Miglior documentario e Miglior film internazionale. Il titolo fa riferimento alla fuga di Amin, scappato dall’Afghanistan e giunto, dopo varie peripezie, in Danimarca.

Ora che si è integrato nella vita quotidiana di Copenaghen e che è in procinto di sposarsi, si rende conto di non aver mai raccontato la sua storia ad altre persone, nemmeno agli amici più intimi. E la sua prima confessione avviene proprio con il regista, il primo a cui Amin concede un’intervista e a cui riesce a parlare di suo padre, dei suoi primi anni tranquilli in Afghanistan e della guerra che costrinse la famiglia a scappare seguendo direzioni diverse. 

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“Non avevo intenzione di mettere in scena una storia sui rifugiati, volevo realizzare una storia sul mio amico. Ecco da dove viene: dalla nostra amicizia. […] All’inizio mi disse di no, non era pronto, ma aggiunse anche che gli sarebbe piaciuto raccontarmela. La nostra è stata una conversazione aperta su come creare uno spazio sicuro. Poteva sempre fermarsi o dire: “Aspetta, l’ho detto nel modo sbagliato”, ha raccontato il regista. “Flee” è un’opera che rivendica libertà; è una storia di sessualità, un racconto di una fuga di cui nessuno conosceva la destinazione. È l’espressione di un cinema che si serve dell’animazione (che permette di “trasformare” i volti, le forme e i colori) per far parlare il dolore; una scelta che ha aiutato anche la realizzazione di opere come “Se succede qualcosa vi voglio bene”, in cui era “la vita che restava” a fare da protagonista o “Waking Life”, in cui si risvegliavano la creatività, i sogni e l’inconscio.

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“Flee” vuole fare ordine nel dolore, nei traumi, nei ricordi. Fare ordine per comprendere, per attraversare la sofferenza, per ricominciare. Per comprendere come (ancora) sia possibile che si debba scappare su una barca e ci si debba chiedere chi salvare – se i propri familiari o se stessi – nel caso affondasse; o che si debbano subire violenze e aggressioni, che si debbano inventare storie pur di riuscire ad attraversare i confini.

Quando viene tolta la libertà, che cosa rimane? La libertà di vivere nel proprio Paese e che porta a pensare di scappare perché è “preferibile” morire “una sola volta” che “tutti i giorni”; di essere omosessuali in un contesto in cui “non esiste nemmeno una parola” per dirlo. “Flee” non solo ricostruisce un racconto, ma lo potenzia. Lo arricchisce di umanità, di consapevolezza, di attualità. Un film del genere, nel periodo storico in cui stiamo vivendo, si presenta come un documento essenziale: “Flee” è un percorso poetico e una cronaca reale, in cui al centro di tutto c’è il desiderio di sentirsi al sicuro. La storia di Amin, che ha inizio alla fine degli anni Ottanta, risulta oggi terribilmente attuale a causa della terrificante azione bellica in corso in Ucraina a opera dei Russi. 

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Tutte le persone che oggi scappano dal proprio Paese si domandano quello che Amin si è domandato durante il suo viaggio; si chiedono, cioè, quando tutte le minacce, le paure ed il terrore smetteranno di tormentare e permetteranno di vivere. Non c’è spazio per la retorica o per il pietismo in un’opera che si presenta come un reportage documentaristico e che, senza trascurare l’emozione, il coinvolgimento e l’empatia, è un racconto obiettivo e diretto. Il regista “cuce” i ricordi del suo amico all’interno di un’opera di animazione di forte pudore ed umanità. Jonas Poher Rasmussen trova mezzi straordinari per affermare con lucidità la necessità di dover affrontare il proprio passato per poter andare avanti. Senza più fuggire. Per arrivare, così, a trovare la propria identità e a sentirsi “al sicuro”. “Flee” si affida all’animazione per un’esigenza espressiva: le immagini raccontano, con un linguaggio universale, l’esperienza politica e personale di Amin.

Come è possibile “riconquistare” la propria individualità quando si è passata parte della propria vita non solo a scappare, ma anche a rinnegarsi, a cercare un modo per “curarsi” e non essere se stessi? Amin mette ordine in un passato che avrebbe preferito restasse caotico, ma che, una volta ricostruito, dà forma (e verità) al futuro. Il Cinema aiuta a far rivivere i ricordi, mescolando le parole a immagini di repertorio; li riporta in vita con un misto di dolore e tenerezza.