“IL PADRE D’ITALIA”: SOLO E SOLTANTO “AMORE”

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di Mariantonietta Losanno

“Ci sono sogni che si avverano e poi ci sono sogni che non hai nemmeno il coraggio di sognare perché hai paura che non si potranno mai avverare”, racconta Paolo nell’incipit del film. È in cerca di qualcosa, scruta, osserva; al tempo stesso è “fermo”, passivo, inerme. L’incontro/scontro con Mia (o Mimma, il nome resta volutamente non chiaro) cambia completamente il corso degli eventi. Paolo sta provando ad elaborare la fine della sua storia con Mario – dettata dal bisogno di soddisfare esigenze diverse – e Mia, invece, dai problemi scappa, facendo finta di non averne. Non c’è un momento esatto in cui i due si legano: semplicemente le cose accadono. Intraprendono un atipico viaggio on the road – “a ritroso” – per recuperare dei “pezzi” mancanti. Per “sistemare”, cioè, delle situazioni irrisolte; per affrontarne di nuove, per provare a crescere, ad affrontare quei traumi rimasti in sospeso. Entrambi hanno paura e si concedono il lusso di “fonderle” affinché “si annullino”. Come il peso dei due protagonisti di “Ferro 3” che, su di una stessa bilancia è zero, come se la somma dei loro dolori consentisse di annullarli. O forse di unirli, facendosi forza l’uno sull’altro, per fare in modo che si “incastrino” e acquisiscano un altro peso e un altro valore.

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Paolo e Mia avevano bisogno l’uno dell’altra. Le loro sofferenze li avvicinano, come per Alice e Mattia (interpretati da Alice Rohrwacher e dallo stesso Luca Martinelli) ne “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo tratto dal romanzo di Paolo Giordano. Il dolore avvicina: è come se ci si riconoscesse tra la folla. Chi porta con sé una sofferenza si muove nel mondo alla ricerca di un’anima “simile” che sia in grado di comprendere. Se è vero, però, che il dolore lega, può attutire il peso da sopportare, o invece creare un dolore ancora più grande? Sono vere entrambe le cose. Paolo e Mia affrontano il discorso della genitorialità – rifiutata o accettata – maturando e al tempo stesso comportandosi da bambini; crescono e regrediscono, si danno forza a vicenda e al tempo stesso si fanno del male. Fabio Mollo abbandona la retorica per raccontare una storia attuale incastrata in pregiudizi e preconcetti; “alza la mano” per dire la sua e si esprime in modo incisivo, ma mai arrogante. Sceglie un racconto semplice – forse non “straordinario” – e, soprattutto, vero; non ha bisogno di “miracoli”, ma di portare in scena verità, tormenti, sogni. 

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Paolo e Mia imparano l’uno dall’altra e, proprio conoscendosi, scoprono altre paure: “hai paura di sapere nuotare”, dice lei a lui quando si accorge che sta imparando a farlo. Hanno paura di scoprire di saper fare qualcosa o di saper dare amore. Di “appartenere” a qualcuno, a qualcosa, anche soltanto ad un luogo. E di sognare “troppo in grande”, di immaginare un futuro diverso, di accettare l’amore, i legami e la solitudine. Compiendo un viaggio di (ri)educazione emotiva, Paolo e Mia provano ad accettarsi e ad accettare anche dei “piccoli miracoli” quotidiani; cercano, cioè, di accettare che, oltre al dolore, ci possa essere anche altro. Perché esiste – o si può “costruire” – un posto nel mondo in cui essere se stessi; un posto in cui non bisogna per forza apparire “normali”. 

Nonostante la (complessa) presenza di vari temi, ne “Il padre d’Italia” ci sono due personaggi. Non una narrazione lineare, ma sincera, diretta, efficace. È una pellicola che “ci” riguarda, che ci consente la possibilità di immaginare un futuro: è questo il miracolo. 

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