NURSING UP, DE PALMA SU SQUILIBRI DEL SISTEMA SANITARIO

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ANTONIO DE PALMA_ Presidente Nursind Up

ROMA – «Dove può condurre uno squilibrio economico così profondo tra professionisti di un medesimo sistema sanitario che, seppur con ruoli e competenze profondamente differenti, sono uniti dal medesimo obiettivo, più che mai se lavorano nella stessa azienda sanitaria, ovvero quello di tutelare ogni giorno la salute della collettività e contribuire a vincere nuove sfide?

Siamo di fronte a una riflessione doverosa, che nulla ha a che a vedere con il fatto che provenga da un sindacato, quale il nostro, ben focalizzato sulle professioni sanitarie non mediche, e tra queste quella infermieristica , in assoluto le più penalizzate e vessate nel nostro Paese, ingabbiate  in un immobilismo economico che può solo essere considerato deleterio per la stabilità e il futuro del sistema, oltre che naturalmente per gli stessi operatori sanitari di cui tuteliamo gli interessi. 

Un immobilismo fatto di paradossi che sfocia in un malcontento legittimo che degenera in fughe all’estero e dimissioni volontarie che minano nel profondo il nostro SSN.

E’ innegabile che, quegli stessi operatori sanitari del comparto non medico sono cresciuti enormemente , negli anni ed in funzione di differenti percorsi formativi di livello universitario, nella loro autonomia, e quindi nelle responsabilità e competenze che esercitano ogni giorno. E’ davanti agli occhi di tutti che rappresentano le fondamenta di un sistema sanitario che ha bisogno come il pane della loro professionalità e che invece, per mano di Governo e Regioni, li continua a relegare a “ultimi della classe”.

I fatti parlano chiaro e ci dicono che in questo 2023 il personale della dirigenza può continuare a contare su retribuzioni costantemente corroborate da incentivi che troverebbero ragion d’essere nella carenza di tali professionalità, quindi come indispensabile sostegno per chi rimane a lottare sul campo.

Il Nursing Up, lo ripetiamo, plaude al lavoro politico e contrattuale fatto dalla dirigenza sanitaria nel corso degli anni,  e ben vengano gli stipendi che sono riusciti a concretizzare, ma doverosamente vuole far riflettere la collettività sulla differente considerazione che la politica ha delle altre professioni sanitarie, dal  momento che, lo ripetiamo ancora una volta a gran voce, e  pur ammettendo differenziazioni stipendiali legate alle diverse qualifiche, è paradossale trovarsi di fronte una sperequazione così netta nelle retribuzioni tra personale della dirigenza medica e quello sanitario non medico (infermieri, ostetriche, fisioterapisti, ecc) , quando i numeri, nel nostro Paese,  confermano palesemente che a mancare di più sono gli infermieri e non certo i medici.

Logica conseguenza del nostro spunto di riflessione, è innanzitutto la profonda preoccupazione per una realtà, quella degli infermieri e delle altre professioni sanitarie , che viaggia incredibilmente sulla soglia della povertà, e ci riferiamo a famiglie di professionisti che portano a casa , in media, uno stipendio mensile tra i 1400 e i 1780 euro , e che varia in funzione di doppi turni, reperibilità, straordinari e chi più ne ha più ne metta . Uno stipendio che è totalmente inadeguato rispetto al mutato costo della vita , mentre appare chiaro che gli aumenti in busta paga a sostegno dei medici non solo non mancano, ma allargano pericolosamente la forbice».

Così Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up.

«Entriamo nel dettaglio di uno squilibrio ingiustificabile.

Oggi, i dati non mentono, la busta paga di un  medico parte da una base di 3546 euro netti al mese, dopo di che, a seconda della fascia di appartenenza e degli anni di esperienza maturati sul campo, un medico della sanità pubblica, in Italia, può arrivare a una cifra che oscilla tra i 74 e gli 85mila euro lordi annui (fonte report Doctolib).

Come se non bastasse i medici possono godere di privilegi loro riconosciuti da parte della politica, che vale la pena sottolineare e che disegnano un quadro di disparità, con le altre professioni sanitarie del comparto, davvero poco comprensibile.

Avete forse dimenticato che alcune Regioni come il Piemonte stanno prevedendo un compenso per le prestazioni aggiuntive di ben 100 euro l’ora, lasciando gli infermieri dei pronti interventi con un triste pugno di mosche nelle mani? 

Mentre in Piemonte, oltre ad alcune  promesse, non ci risulta che sia stato ancora deciso nessun aumento per gli infermieri dei pronto soccorsi, in Veneto gli stessi operatori sanitari “pare debbano accontentarsi ” di una indennità di 1300 euro annui, ben poca cosa rispetto ai medici, per i quali sarebbero previsti 100 euro all’ora.  

Sono loro, però, gli infermieri, quelli in assoluto più tartassati dai turni massacranti, quelli presi a pugni dai pazienti e dai loro parenti, quelli che nei fine settimana nelle aree triage degli ospedali prendono in carico, da soli, anche 20 pazienti.

Proprio in questi giorni si parla di trattativa con l’Aran per il doveroso aumento degli stipendi, che porteranno  nelle tasche della dirigenza sanitaria ulteriori aumenti. Secondo il sindacato ANIEF ci sarebbero in ballo 25mila euro di arretrati, mentre è relativo al 2021 il sostanzioso aumento del 27% dell’indennità di esclusività.

Dobbiamo forse ricordarvi che i medici godono anche del privilegio di quella libera professione (intramoenia ed extramoenia), che con l’attività dell’intramoenia (per quanto concerne l’extramoenia stiamo ancora approfondendo), secondo i dati disponibili (fonte Quotidiano Sanità), consente loro di portare a casa una ulteriore cifra media di circa 17.142 euro all’anno con picchi fino a 23mila euro regioni virtuose come l’Emilia Romagna?

Così scrive Quotidiano Sanità: “Quasi l’80% dei ricavi di una struttura sanitaria per le prestazioni erogati deriva dalla libera professione che i medici esercitano in intramoenia (in media il 95% di tutti i camici bianchi, in ogni Regione). Una percentuale che, in contanti, si traduce in 1.228.169.000 euro nell’anno 2009, con una crescita del 75,4% rispetto al 2001”.

«Partendo da quanto si apprende attraverso Quotidiano Sanità potremo riflettere, anche se i dati disponibili non sono recenti, per farci un’idea del fenomeno.

Chiediamoci: ma quanto resta nelle mani del personale che eroga le prestazioni in intramoenia ? 

Proviamo a fare due conti:nel 2009 a loro sarebbe andato oltre l’88% del totale ricavato dalle strutture attraverso l’intramoenia. Il tasso, nel 2001,era dell’86,3%”. 

Ma allora quanto realmente entra e resta nelle casse delle Aziende, andando a rafforzare quel fondo di risorse investite nel miglioramento della struttura stessa? 

Non molto, salvo diverse interpretazioni, in realtà, se si considera la  parte di entrate intramoenia che resta alle aziende sanitarie, dovrebbe essere pari al 12% di quello che resta agli enti una volta che essi hanno trasferito al personale interessato i compensi a cui hanno diritto. 

Insomma, se abbiamo capito bene, ma siamo aperti ad ogni forma di chiarimento, una percentuale pari all’87% di quel 12 % che resta all’ente (beninteso dopo aver trasferito al personale interessato l’88% delle somme introitate a regime di intramoenia), verrebbe dagli Enti sanitari utilizzato per coprire i costi, cioè le spese prodotte dal professionista (immaginiamo quelle relative ad energia, telefono, personale, locazione ecc ecc)».

Ma quante visite intramoenia può garantire un medico, in un giorno, dopo aver effettuato il proprio servizio ordinario? Noi non sappiamo se esista un limite.  

E come se non bastasse è bene ricordare che la busta paga di un medico di medicina generale massimalista tocca i 5600 euro mensili netti di media (fonte Il Giornale).

Permetteteci di voler capire fino in fondo cosa sta accadendo.

Continuano ad arrivare aumenti, da ogni dove, nella busta paga della dirigenza medica anche se, almeno secondo quanto sostiene l’Ocse, questi professionisti si collocano perfettamente nella media europea: 4 ogni mille abitanti, mentre gli infermieri con un 6.2 ogni mille abitanti sono al di sotto della media UE dell’8.0. Attenzione, perché qui parliamo di piccoli numeri percentuali che, trasformati in valori assoluti, ci indicano fino a 80 mila infermieri in meno nelle nostre aziende sanitarie.

Eppure qualcuno ancora asserisce che, con una carenza tra i 65 e gli 80mila infermieri e con un fabbisogno di 35mila unità per ricostruire la sanità di prossimità, in linea con il piano PNRR Missione 6, il problema urgente da tamponare in Italia è quello della carenza medica!

Lo ripetiamo, nel pieno rispetto dei differenti ruoli e delle differenti competenze, che possono dar luogo a differenti retribuzioni,  crediamo di essere arrivati ormai ad un divario ingiustificato e troppo netto, che può solo nuocere ad una sanità italiana profondamente malata, una sanità abbandonata a se stessa di cui nessuno sembra volersi occupare», chiosa De Palma.

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