“MONDI LONTANI SHORT FILM FESTIVAL”: I CORTI FINALISTI 

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di Mariantonietta Losanno 

Dopo i primi tre anni lo “Scario Short Film Festival” cambia nome: nasce il “Mondi Lontani Short Film Festival”. Un nome che suggerisce coraggio, ostinazione e tanta fantasia; che abbraccia un’idea di eterogeneità capace di oltrepassare confini geografici e emotivi. Che stimola, entusiasma: attraversare “mondi lontani” significa (anche) accettare – e ospitare – tutte le sfaccettature di se stessi; significa esplorare – attraversando generi, stili e forme di narrazione – opere che bilanciano sintesi, approfondimento e tecnica senza dover cedere all’approssimazione. 

Entriamo, allora, in quei “mondi lontani” (o “Mondi Lontanissimi”, album del 1985 di Franco Battiato), senza tempo né spazio. Che si presentano a volte come mondi “reali” altre come mondi “onirici”. “Mondi Lontani Short Film Festival” – che si è tenuto nella biblioteca comunale di San Giovanni a Piro – si pone l’obiettivo di portare nel territorio campano opere d’arte provenienti da ogni parte del mondo; l’organizzazione dimostra – per il quarto anno – di voler osare permettendo al pubblico di misurarsi con un cinema “libero”, che offre soluzioni illimitate e che “concentra” senza sottrarre. Un Festival che si distingue per originalità, creatività e concretezza.

Di seguito gli otto corti finalisti, in attesa di conoscere, nelle prossime settimane, dopo le valutazioni della giuria (composta da Elio di Pace, Saeed Jafarian, Costanze Schmitt, Marco Crispano, Anna Rust, Alessandro Viale) i vincitori. 

1: “The little Match Girl”, di Selma Indine Strønen Damm (Norvegia, 12’)

Adattamento cinematografico della fiaba di Hans Christian Andersen (pubblicata per la prima volta nel 1848), “The little Match Girl” è un racconto di luci e ombre; una storia di umiltà e semplicità, accompagnata dalla musica. Un corto (rivisitato) che gela e riscalda e che suggerisce la più banale (o forse la più vera) morale di far affidamento su se stessi non solo da “grandi”; di proteggere il proprio “posto” e il proprio “tempo” e di recuperare la creatività che aiuta a reagire e a scegliere tra tante possibilità di pensiero. Agire, quindi: creare, educare se stessi a cercare “nutrimento” dagli altri ma non necessariamente conforto. 

2: “Casu”, di Magnus Møller Bakke (Norvegia, 12’)

In un negozio di formaggi che ricorda il cinema surreale di Jim Jarmusch (in particolare di “Coffee and cigarettes”), si sviluppa un thriller in bianco e nero dai sapori noir; un dramma psicologico (costruito – anche – attraverso l’ausilio della musica) con colpi di scena e un finale da interpretare. Un enigma da risolvere, o forse da non risolvere: Magnus Møller Bakke inserisce intelligentemente degli indizi ma lascia, poi, allo spettatore la libertà di comprendere la dinamica del “gioco”. “Casu” è un racconto basato su strategia e manipolazione; un thriller minimalista ma pieno di piccole tracce e citazioni.

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3: “The Right Words”, Adrian Moyse Dullin (Francia, 15’) 

La dinamica si svolge interamente in un pullman: Mahdi vorrebbe avvicinarsi alla ragazza a cui dedica poesie, sua sorella lo deride e lo forza a parlarle, quasi provocandolo. La narrazione si adatta al ritmo della sfida cambiando tono e diventando concitata; lo spettatore partecipa a questa “corsa” (mentre, appunto, il pullman percorre la propria), fremendo che si verifichi questo contatto. Mahdi trova il coraggio, ma si lascia persuadere: pensa che mostrandosi sicuro di sé – e sfacciato – il suo approccio possa funzionare. Nel momento in cui, però, si rende conto di aver percorso la strada sbagliata, cambia direzione e torna sui suoi “passi”: si riappropria della sua dolcezza e del suo (iper)romanticismo che non può che intenerire. Nel frattempo i compagni – su iniziativa, ancora, di sua sorella – immortalano il momento con i loro cellulari, prendendolo in giro, aspettando che fallisca. La ragazza capisce e fornisce loro quello che vogliono: esprime con il suo corpo il fastidio per quell’avvicinamento, ma si tradisce con le parole, con le quali accetta l’invito ad uscire che le viene proposto. Sarà proprio la sorella di Mahdi, al termine di questa sfida, a sentire a pieno il disagio nell’avere agito con (apparente) superiorità e superficialità, non solo nei confronti di suo fratello. “In alto i cuori”: viva il fallimento, il coraggio, la semplicità. 

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4: “Censor of dreams”, Leo Berne, Raphaël Rodriguez (Francia, 18’) 

The Censor e la sua squadra, ogni notte, attingono dai ricordi di Yoko per rendere i suoi sogni lieti, fantastici, felici. Manipolano, in qualche modo, la memoria e il subconscio tentando di eliminare gli elementi più dolorosi; si affannano, affaticandosi, per far sì che non ci sia sofferenza. Scelgono la direzione, ma non possono dirigere l’intero andamento degli eventi. C’è qualcosa che sfugge, che non può essere governato, nonostante sembra stiano dirigendo un vero e proprio film, con i suoi protagonisti e i suoi personaggi secondari. Non si può realmente dominare l’associazione di idee, si può solo indirizzare, forse. Ci sono elementi nel passato di Yoko che sono rimasti irrisolti, e solo quelli a surclassare gli altri. Quanta verità c’è,  allora, nei sogni? 

5: “The Secret of Mr. Nostoc” , Patrice Seiler, Maxime Marion (Francia, 10’)

Mr Nostoc desidera accostarsi a qualcosa, per scoprire di avere delle somiglianze, delle affinità, delle connessioni con qualcuno. Chiunque esso sia: una persona, un oggetto, un’idea. Nella città in cui vive, però, i ritmi frenetici non gli si addicono per niente: quella routine quotidiana scandita da orari definiti – che non sono soggetti a deroghe – gli sta stretta, e sente di avere il bisogno di evadere. Ogni giorno, il suo cappello gli regala una sorpresa. È quella la chiave per sfidare il tempo. Risiede nella natura, che non ha fretta e vive al ritmo del tempo che passa. Tutte le scadenze passano in secondo piano, volano via, diventando fogli qualunque che si disperdono nell’aria. 

6: “Don’t Be Afraid By Me”, Recep Bozgoz (Turchia, 20’)

Deniz è in fuga. Ha bisogno di porre fine alle sofferenze fisiche e psicologiche causate da suo marito. Scappa, senza meta, ricevendo continue telefonate da sua madre che si augura possa riappacificarsi con il compagno. E andare avanti, superando quei “litigi”. Arriva in un motel, in cui pensa di poter essere libera di fare quello che vuole: semplici e comuni azioni, ma vissute in autonomia, senza pressioni, condizionamenti, violenze. C’è solo una coppia – in procinto di sposarsi – che tenta di conversare con lei, ma  riesce a declinare, in modo garbato, l’invito ad una conversazione più approfondita. Cerca un luogo dove stare da sola, ma buca una ruota, trovandosi, così, costretta a chiamare la reception dell’albergo dove alloggia, chiedendo aiuto. A presentarsi in suo soccorso, però, arriva l’uomo che ha appena conosciuto, ospite anche lui del motel insieme alla sua compagna che aveva tentato di parlarle. Vuole darle una mano, eppure il suo modo di avvicinarsi e i rumori che prodotti dai suoi movimenti goffi la spaventano, come se riconoscesse familiarità in quei gesti. Come se le ricordassero quelli che ha subito a casa, da suo marito. Lui prova a tranquillizzarla, dicendole di “non avere paura di lui”, ma le impressioni di Deniz non sono sbagliate: riconosce, ormai, le diverse forme di violenza, riesce a comprendere anche le conseguenze. Questa volta, però, trova un modo – disperato – di difendersi, l’unico a sua disposizione. E l’inizio e la fine del corto trovano una drammatica coerenza. 

%name “MONDI LONTANI SHORT FILM FESTIVAL”: I CORTI FINALISTI 7: “Bluestar”, François Vacarisas (Belgio, 24’)

La prima volta che Tom perde sangue dal naso è quando si trova ad osservare, insieme a suo padre, la foto di suo fratello morto. Da quel momento in avanti, il sangue diventa un’ossessione. Si procura, infatti, una bottiglia di “Bluestar”, un prodotto capace di svelare tracce nascoste, e decide di utilizzarlo insieme ad uno suo amico, convincendolo del fascino che potrebbe suscitare vederlo brillare sui muri. Per poter amplificare l’effetto, però, c’è bisogno di una grossa quantità di sangue: si recano, allora, in una casa abbandonata, in cui, tempo prima, un uomo ha sparato alla sua famiglia e si è poi suicidato. Tom ha bisogno di trovarsi nei luoghi in cui la morte riesce a parlargli, per potersi mettere in contatto con suo fratello. Suo padre riesce a guardare le stelle e a stabilire una qualche connessione, ma lui no. Non riesce neppure a vederle le stelle. Eppure, improvvisamente, quel sangue brillante (ossessione tale che persino la felpa che indossa è di un colore rosso acceso) diventa una costellazione. E il contatto si instaura. Da quando le vede per la prima volta inizia, allora, a riconoscerle anche di giorno, ovunque, senza bisogno che si palesino realmente. 

8: “Le buone maniere”, Valerio Vestoso (Italia, 19′)

Mimmo Savarese è stato il più importante cronista sportivo della sua generazione. Gli viene proposta una bizzarra offerta di lavoro: è l’occasione per vendicare il suo passato, ma è anche il “trionfo dell’abbrutimento”. Torna, allora, a parlare, a descrivere, a raccontare. Sono state proprio le parole ad accompagnare il suo percorso di vita, e l’hanno “aiutato” proprio quando sembrava non avesse più la forza di proferirne alcuna. È quello che riesce a fare meglio: sente il bisogno di soffermarsi sui dettagli, di fare una telecronaca “costante” e su qualsiasi tema, situazione, contesto. Gli viene chiesto di “adattare” quella capacità di raccontare le partite come se fossero “favole”, “sogni”, per diventare un “telecronista della camorra”. Per Mimmo è un’occasione per vendicare il suo trauma, per “farsi giustizia”; decide di farlo, però, con le “buone maniere”, attraverso l’esercizio delle parole. Non si sente “l’emozione del grilletto”, ma ogni sillaba è un “colpo”, un’arma molto più pericolosa da cui è impossibile difendersi.

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