DISABILITA’ VISIVA: EDUCAZIONE PER ALUNNI NON VEDENTI E IPOVEDENTI

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bimbi ciechi autismo9.jpg 982521881 1 DISABILITA VISIVA: EDUCAZIONE PER ALUNNI NON VEDENTI E IPOVEDENTI

   –   di Mariarosaria Canzano   –                                       

Con il termine “disabilità visiva” si indica un particolare tipo di disabilità che può essere caratterizzata attraverso l’utilizzo di termini specifici come “cecità” o “ipovisione”. Il termine ipovisione si presta a svariate interpretazioni, non fornisce alcuna informazione  precisa sull’entità della visione residua, indica una riduzione grave della funzione visiva che non può essere eliminata. Per cecità invece di indica una condizione fisica e sensoriale caratterizzata dall’assenza della visione, chi ne è affetto è totalmente privo di capacità visiva. Bisogna distinguere le varie tipologie dei ciechi, tra cieco reale colui che non ha nessuna percezione visiva che derivi dagli stimoli luminosi dell’ambiente esterno, il cieco funzionale colui che, pur avendo percezioni visive, non può organizzare l’imputata sensoriale in percezioni più complesse funzionali ad affrontare i compiti della quotidianità. E’ necessario distinguere anche la cecità congenita, quando l’individuo presenta la mancanza o la riduzione della visione fin dalla nascita da quella acquisita, se il deficit insorge nell’infanzia o in seguito, causato da malattie degenerative, forti traumi o altre patologie. Si può differenziare tra insorgenza traumatica e insorgenza degenerativa del deficit; nel primo caso, il periodo di rifiuto del problema è più lungo e l’individuo tende a incolpare una causa o una persona specifica, con conseguenza il desiderio di vendetta e un atteggiamento scoraggiato rispetto alla riabilitazione. Nel secondo caso, le preoccupazioni sono volte al futuro: alla possibilità di tramettere la malattia alla discendenza, paura di peggiorare la propria vita relazionale, senso di inadeguatezza. Conoscere l’età di insorgenza della cecità è importante ai fini educativi e riabilitativi: i bambini ciechi congeniti presentano pattern di comportamento di tipo autistico e hanno maggiori probabilità di manifestare difficoltà nello sviluppo delle abilità sociali e della comunicazione non verbale. Nei diversi paesi i criteri usati per distinguere la cecità dall’ipovisione cambiano, per questo è importante valutare non solo le diagnosi mediche ma anche il livello di adattamento nell’ambiente. Pérez-Pereira e Conti-Ramsden affermano che è importante studiare lo sviluppo dei bambini con disabilità visiva per la progettazione di tecniche di intervento innovative che possono essere funzionali alla creazione di nuovi servizi. Lo studio dello sviluppo dei bambini è stato affrontato secondo due modelli di analisi e nel primo modello è necessario il confronto con soggetti normali. La disabilità visiva si connota come “deficit” e le differenze individuali non vengono considerate perché il concetto di sviluppo ha carattere universale: avviene in fasi uguali per tutti. Il secondo modello prevede che ci possano essere diversi stili e percorsi di sviluppo e che i bambini non vedenti possano sviluppare strategie di compensazione differenti anche da individuo a individuo.

Il linguaggio è considerato lo strumento compensativo più funzionale per i bambini non vedenti però essi lo sviluppano con difficoltà. Secondo Bruner, all’origine del linguaggio vi è il riconoscimento degli oggetti e delle loro proprietà (4-5 mesi). Segue poi il gesto indicativo e successivamente la sua sostituzione con un suono che ha la stessa funzione. Nel corso dello sviluppo, il linguaggio si manifesta contemporaneamente ad altre capacità cognitive come il gioco simbolico, il ricordo di avvenimenti passati e l’imitazione differita. Molti simboli e rappresentazioni mentali si basano sulle informazioni sensoriali che provengono in gran parte dalla vista; essendo privi di questo senso, i bambini non vedenti manifestano percorsi di sviluppo atipici che talvolta danno origine a deficit e ritardi evolutivi. Questi bambini si basano principalmente sull’udito per conoscere ciò che li circonda, i suoni però spesso sono ambigui. Anche il tatto è usato ma presenta limitazioni: si può toccare solo ciò che è alla portata delle nostre braccia, quindi una parte estremamente ridotta della realtà. I bambini non vedenti sono esposti a un rischio elevato per quanto riguarda l’inadeguata associazione fra le parole e il loro significato: ci sono molte cose che il bambino non vedente non può percepire o può percepire in modo insufficiente, per questo si affida a spiegazioni e parole degli altri che vedono. Capita però che, non prendo creare rappresentazioni mentali, il bambino si appropri di parole che non conosce realmente, pertanto il linguaggio che sviluppa un bambino con disabilità visiva, è un insieme di parole che hanno un significato, poiché esprimono una conoscenza appresa da una sua esperienza e parole prive di significato perché si basano su informazioni visive date dal caregiver. Da un lato c’è chi afferma che i bambini non eventi danno alle parole significati diversi da quelli comuni, a volte irreali e che il loro sviluppo lessicale risulta deficitario. Dall’altro c’è chi dice i bambini non vedenti sviluppano questa competenza in modo uguale ai coetanei vedenti. Per quanto riguarda l’apprendimento delle prime parole, non si può identificare un percorso di sviluppo comune per tutti i bambini non vedenti, così come per l’utilizzo delle prime parole, i bambini non vedenti hanno bisogno di più tempo per consolidare la generalizzazione dei significati. I bambini non vedenti hanno anche più difficoltà con l’acquisizione delle preposizioni spaziali (sopra, sotto,…) perché non percepiscono le caratteristiche dell’ambiente. Fraiberg e Adelson osservarono difficoltà de bambini non vedenti nell’uso di pronomi personali e possessivi probabilmente poiché si percepiscono come diversi dagli altri. Secondo altri studi, i discorsi dei bambini non vedenti sarebbero composti prevalentemente da riferimenti alle azioni del bambino stesso e non alle azioni altrui, definendo quindi il linguaggio come “egocentrico”. L’interazione genitore-figlio gioca un ruolo molto importante per lo sviluppo del linguaggio. I primi scambi comunicativi sono importanti anche per il genitore che rafforza il suo compito di caregiver. Diversi autori hanno affermato che le conversazioni dei bambini non vedenti sarebbero asimmetriche, ovvero i bambini non vedenti inizierebbero lo scambio comunicativo un numero di volte minore rispetto ai coetanei vedenti. Altri autori hanno affermato che la mamma tende a usare più risposte non verbali ne contesti di gioco, tendono ad incoraggiarli ad esplorare l’ambiente e affinare le abilità motorie. Molti studi mostrano che il dialogo dei genitori di bambini non vedenti è ricco di ripetizioni e direttive. La vista assume grande importanza nell’interazione sociale. Lo sguardo tra madre e figlio rappresenta il primo legame affettivo e secondo alcuni studi, le madri dei bambini con disabilità visiva interpretano con maggiore difficoltà i segnali dei figli. Inoltre, i bambini con disabilità visiva sembrano emozionalmente meno coinvolti nei confronti dei genitori e dell’ambiente, essi sembrano inibiti dal punto di vista motorio e mostrano espressioni facciali ambigue quando sentono un suono. I genitori interpretano questi comportamenti come scarso interesse per l’interazione, in realtà sono una strategia per percepire meglio gli stimoli uditivi. Nel caso di bambini con disabilità visiva sono pochi i comportamenti interattivi che gli adulti possono interpretare con chiarezza, alle varie difficoltà si aggiunge quindi anche la sofferenza psicologica del genitore dovuta all’impressione di non comprendere il figlio. Un altro aspetto critico è il gioco. Spesso i bambini con disabilità visiva si impegnano in giochi ripetitivi, stereotipati e solitari, non esplorano ambiente e oggetti. Inoltre, si nota che i soggetti con disabilità visiva tendono a giocare e, più in generale, a interagire maggiormente con gli adulti che con i pari. Anche l’ambiente in cui il bambino si trova può rappresentare un alimento critico e secondo alcuni studiosi, il bambino manifesta maggiore disagio negli spazi aperti, privi di confini e punti di riferimento. La società dovrebbe affiancare e sostenere le difficoltà delle famiglie e supportare le difficoltà perché spesso capita che i genitori scelgano di frequentare raramente luoghi di aggregazione sociale e questo comporta meno possibilità per i bambini di sviluppare interazioni.

6 Commenti

  1. E c’è chi poi, pur essendo vedente, fa finta di non vedere! Quante volte siamo stati non visti, soprattutto nei nostri momenti peggiori. Occhi che guardano, ma non vedono…
    Grazie, Dottoressa, di quest’articolo così importante.

  2. “La vista assume grande importanza nell’interazione sociale. Lo sguardo tra madre e figlio rappresenta il primo legame affettivo e secondo alcuni studi, le madri dei bambini con disabilità visiva, interpretano con maggiore difficoltà i segnali dei figli.” quasta frase dice tutto. Grazie dottoressa ogni nuovo articolo è una ricca scoperta nel difficile mondo della disabilità.

  3. Difficile capire quanto siamo fortunati perchè siamo abituati a dare tutto per scontato, ma ci siamo mai chiesti cosa provino le persone che non hanno il dono della vista, dell’udito e che magari non possono camminare?
    Quanto siamo fortunati ad alzarci ogni mattina e stare bene in salute eppure non lo apprezziamo. “La società dovrebbe affiancare e sostenere le difficoltà delle famiglie e supportare le difficoltà” per me è la frase più toccante perchè in effetti, come scrive sempre lei dottoressa, “la disabilità è di chi la vive!”
    Un abbraccio alla vostra Laura

  4. Questa è una forma di disabilità che forse più delle altre a mio avviso, è quella più tortuosa, perché non vedere come sia fatta la vita, le persone, i colori, e via dicendo, ma vedere solo buio ed ascoltare parole, lascia un senso di vuoto.
    Articolo come sempre impeccabile, che anche oggi ha arricchito di più la mia cultura.
    Grazie Mariarosaria

  5. Dottoressa questo articolo è veramente molto bello e fa riflettere tanto sull’importanza del dono della vista. A volte diamo tutto per scontato senza capire quanto sia importante salvaguardare e tutelare la salute

  6. Io penso che a volte Cara dottoressa bisognerebbe mettersi nei panni dell’altro e pensare a come una persona cieca si possa sentire, figurati quando si tratta di bambini quanto la società dovrebbe essere pronta a integrarli, ad inserirli e soprattutto a non farli sentire un peso ma ad agevolare l’apprendimento.

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