LO SQUILLO LIBERALE DI GIORGIA

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d anna disegno piccolo 150x150 LO SQUILLO LIBERALE DI GIORGIA  

  –   di Vincenzo D’Anna*   –                                                                 

È passato largamente inosservato il provvedimento, adottato recentemente dal Consiglio dei Ministri, sul cosiddetto “bollino di qualità” riservato alle imprese in regola con i vari adempimenti amministrativi e fiscali. Ovviamente la notizia è passata sotto traccia, ignorata finanche dai “maestri della tastiera” che di solito imperversano sulla rete, non avendo questa, per loro, evidentemente alcuna importanza. L’argomento in fondo, si sa, poco si presta ad alimentare quelle polemiche che poi costituiscono il pane quotidiano degli odiatori sociali e dei qualunquisti che in quel contesto la fanno da padrone. Tuttavia l’atto voluto dal governo Meloni può ascriversi tra i pochi segnali di stampo liberale finora inviati dall’esecutivo a quanti producono ricchezza, lavoro e tasse per l’erario. In buona sostanza la norma stabilisce che le aziende passate indenni ai vari “check-up” posti in essere dalla pubblica amministrazione, potranno vedersi, in futuro, attribuire un vantaggio: vedersi sottoposte a minori controlli. In buona sostanza, si mira ad un atteggiamento più collaborativo e fiduciario tra lo Stato e coloro che sono soggetti al suo “monitoraggio”. Roba non da poco in una nazione nella quale il rapporto tra cittadini e governo è sempre stato di diffidenza e di repressione, basato com’è su una selva di norme da rispettare, vasta e spesso contraddittoria, che ha spalancato le porte a reiterate verifiche, ispezioni e sanzioni. Parliamoci chiaro: non sono pochi gli ambiti aziendali nei quali si è costretti ad osservare un dettato normativo in cui sovente è la burocrazia a primeggiare. Una burocrazia anonima, ottusa ed irresponsabile che crea non poche difficoltà al controllato: un ginepraio di cavilli e regolamenti a cui le aziende devono forzosamente uniformarsi. Questa ultima circostanza ha dato il via alla diffusa corruttela figlia di un necessario compromesso: chi ha da rispettare un miriade di vincoli alla fine sceglie ed accetta per il semplice quieto vivere. Il che però rende semplice per gli enti accertatori scovare eventuali inadempienze, comminare multe e, di fatto, rendere più complicata la vita degli imprenditori, aggiungendo un “rischio burocratico” all’attività già complessa di chi tenta di trarre profitto investendo nel proprio lavoro. Profitto che è da ritenersi sacro come il salario del lavoratore dipendente, in quanto frutto dell’opera di chi sceglie di fare impresa e che non deve essere confuso con il termine spregiativo di profittatore. È questa mistificazione concettuale e semantica tra profitto e profittatori che ha indotto i cosiddetti “statalisti” di ogni genere e grado, a guardare con sospetto alla libera iniziativa ed al libero mercato di concorrenza, tartassando le imprese private fino a calare su esse la mannaia dei mille vincoli da rispettare. Da qui la deduzione, sbagliatissima, che laddove sia lo Stato ad intraprendere esista una superiorità etica dei fini da raggiungere proprio perché manca lo stimolo al profitto. Un tragico errore, una fatale presunzione, che i socialisti ci propinano ad ogni piè sospinto, con tanto sussiego morale, ma che in effetti si traduce nella gestione politica dell’apparato delle aziende pubbliche: quelle che poi puntualmente accumulano perdite di gestione scaricandone il peso sui contribuenti sottoforma di debito statale ed imposte da pagare. Ne consegue che quel modello di Stato onnipotente ed onnipresente in economia, guarda, da un lato, all’imprenditore come un potenziale evasore e, dall’altro, al profitto come conseguenza di azioni illecite. Questo origina l’iperplasia dei controlli e delle leggi al riguardo. Non a caso gli accertamenti vengono eseguiti, per la maggior parte, prettamente presso le aziende private. In quelle pubbliche? Si chiude un occhio essendo esse proprietà del controllore!! Parliamoci chiaro: il lassismo negli apparati statali nasce anche da certe “protezioni” garantite. Basta farsi un giro al Sud, in un ospedale pubblico o in un ospedale accreditato, per rendersene conto. Migliaia di strutture sanitarie nel Meridione sono infatti prive di quei requisiti strutturali ed organizzativi che pure vengono imposti e verificati costantemente ai privati accreditati. In pratica non hanno i titoli, le competenze e le caratteristiche per poter erogare prestazioni sanitarie. Eppure le erogano lo stesso in barba a quei controlli che nel pubblicano semplicemente latitano ma nell’analogo comparto pubblico a gestione privata, all’opposto, si fanno addirittura asfissianti. Per quanto io abbia chiesto in giro ed a tutti i livelli autorevoli di interlocuzione, nessuno ha mai saputo o voluto spiegarmi questa asimmetria e questo doppio peso. Ridurre le norme e semplificare i permessi, rendere efficaci i controlli ed orientare le risorse dello Stato verso un’attività regolatoria efficace ed efficiente rimane, a mio giudizio, la ricetta migliore perché le imprese possano creare ricchezza ed i cittadini reclamare ed esercitare il diritto di essere parte dello Stato e non suoi sudditi. È il liberalismo bellezza!! E dunque benvenga una norma come quella adottata dal governo Meloni!!

*già parlamentare

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