“LA CULTURA DEL PRESSAPOCHISMO…”

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   –   di Sergio Messina  –                                                                                  

Due cose hanno portato al degrado dell’Italia degli ultimi decenni: l’egemonia culturale del berlusconismo (che ha preparato il terreno alla destra attuale) e il divide et impera della cosiddetta sinistra “moderata” con le sue “correnti” (e i suoi spifferi) che ne ha assecondato i processi.
Ma è soprattutto la seconda ad aver creato (unitamente al diffuso analfabetismo funzionale della prima) quella disaffezione alla politica di cui tanto si parla; ad instillare alla gente comune la credenza paradossale che la sinistra è dalla parte di una “classe agiata” (con i suoi intellettuali, cantanti, e attori) piuttosto che con la gente, nelle piazze, nei cantieri, nelle periferie, nelle campagne ecc.

Questa dinamica in base alla quale la sinistra si sarebbe “culturalizzata” ma al contempo de-proletarizzata costituisce a mio avviso un “senso comune” assurdo e falso ma al contempo effettivo perché creduto da moltissimi italiani. E ciò in quanto è dovuto non soltanto alla propaganda populista delle destre (accompagnata dal rincoglionimento social), ma anche a causa di coloro i quali all’interno del centro-sinistra si sono schierati dalla parte del “trickle down”; ovvero dell’effetto “pioggia” nella convinzione che un asserito capitalismo “sano” potrebbe garantire anche alle fasce più deboli delle popolazione con la sua “ricchezza”.
È qui che un’intera parte politica non è più diventata “credibile” agli occhi della massa che NON può di punto in bianco credere all’improvviso che la Sinistra (partitica) sia davvero dalla parte degli “sconfitti”. Non è la verità, ma nulla è più forte di una “credenza” che con l’andare del tempo diventa anche certezza politica.
E allora non può esserci partita politica senza mutamento antropologico, senza una rieducazione del cittadino alla conoscenza dei diritti, del territorio, e di un senso minimo di “giustizia”. Quest’ultimo in accordo al pensiero marxiano (soprattutto quello giovanile) consiste nell’essere consapevoli che la libertà senza comunità è un’illusione e che pur tuttavia dentro il significato del “collettivo” può ritrovarsi anche il senso più autentico della parola libertà.

Occorrerebbe riconquistare questa parola e toglierla al qualunquismo e all’indifferenza (che diventa spesso vera e propria crudeltà) delle destre che l’ hanno inquinata obnubilando le menti con la paura del diverso, con la pseudoscienza, con la competizione, con il “possesso” e il “successo” della tua capacità individuale alimentando in questo modo un nuovo mondo del “pressappoco” senza pathos e senza amore.

*avvocato