OLTRE I PREGIUDIZI: RISCOPRIRE IL VALORE DELLA TERZA ETÀ

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   –   di Christian Mancini   –                                                                                        

“Un tempo era grande il rispetto per una testa ricoperta di capelli bianchi”, scriveva Publio Ovidio Nasone. Quello che il celeberrimo autore latino voleva dire già duemila anni fa era semplice: la vecchiaia, e con essa l’esperienza accumulata, meritava considerazione e rispetto all’interno della società.

Oggi, tuttavia, in una società sempre più veloce e orientata alla produzione e al consumo, quel rispetto sembra spesso venir meno. L’ageismo, la discriminazione basata sull’età, colpisce sia i più giovani, il cui ingresso nella vita adulta viene talvolta ritardato o svalutato, sia gli anziani, percepiti come meno produttivi o meno rilevanti. Eppure, come emerge dai racconti di chi ha attraversato decenni di cambiamenti sociali, culturali ed economici, la vecchiaia non è un limite, ma una risorsa: un patrimonio di conoscenze, esperienze e prospettive che le nuove generazioni possono solo arricchire ascoltando. Nonostante i cambiamenti sociali, le dinamiche legate alla vecchiaia rimangono simili da secoli: gli anziani vengono spesso percepiti come meno produttivi, meno rilevanti o addirittura come un “problema” economico, mentre i giovani subiscono svalutazioni per la loro inesperienza. Questo atteggiamento, oltre a riflettersi nelle politiche sociali e nei servizi pubblici, si manifesta anche nel linguaggio quotidiano. Le parole che scegliamo per descrivere le persone anziane o i giovani non sono neutre: possono rinforzare stereotipi, generare pregiudizi e influenzare la percezione sociale.

Per approfondire il tema, abbiamo raccolto in esclusiva le considerazioni di Vera Gheno, sociolinguista, docente e divulgatrice, che ci offre uno sguardo critico sul linguaggio e sulle sue implicazioni nella percezione delle diverse età.

L’ageismo non è un fenomeno nuovo e colpisce sia i giovani sia gli anziani, seppur in modi diversi. “Se parliamo di discriminazioni legate all’età, l’ageismo funziona in entrambe le direzioni. Nei confronti dei giovani, l’ingresso nella vita adulta viene spesso ritardato e dire che una persona è giovane può rendere meno rilevante la sua opinione, come nel caso di Greta Thunberg. Allo stesso tempo, colpisce le persone senior, la cosiddetta terza età. In entrambi i casi si tratta di soggetti non pienamente produttivi né consumatori: la nostra società li valuta soprattutto per questo. Il massimo della produttività e del consumo si ha nell’età adulta, ma avvicinandosi alla terza età capacità e bisogni diminuiscono. Nelle famiglie tradizionali, gli anziani contribuivano fino all’ultimo respiro: curavano i nipoti o svolgevano piccoli lavori domestici. Oggi il supporto passa per le pensioni, che funzionano solo se ci sono abbastanza lavoratori; con l’invecchiamento e meno figli, il sistema è sotto pressione. In parallelo, il marketing rivolto alla terza età spesso raffigura gli anziani in modo stereotipato: privi di desideri o in attesa della morte. Esiste anche una rabbia intergenerazionale perché i giovani, costretti a sostenere le pensioni, talvolta vedono gli anziani come parassiti, dimenticando che hanno lavorato per tutta la vita”.

Il modo in cui parliamo degli anziani riflette e rinforza atteggiamenti culturali: le parole hanno un peso e contribuiscono a costruire stereotipi: “Secondo me, la vera discriminante è ‘anziano’, che descrive un dato anagrafico ma denota senza connotare. ‘Anziano’ di per sé è neutro, mentre ‘vecchio’ contiene una connotazione despregiativa quando riferito a persone. Un’altra questione è quando si definisce ‘anziana’ una persona: una volta 45 anni erano già vecchi, oggi i 45 o 50 anni sono i nuovi 30. Anche il concetto di ‘senior’ si sposta nel tempo: molti sconti per la terza età partono dai 60 anni, altri dai 70. In sintesi: ‘anziano’ è neutro, ‘vecchio’ è offensivo e nessuno vuole sentirsi dire”.

A rafforzare gli stereotipi e l’infantilizzazione della terza età ci sono anche i vezzeggiativi e i diminutivi, sempre più frequenti nella quotidianità e sui media. La professoressa Gheno si dice contraria al loro utilizzo, eccetto in casi specifici: “In quali contesti ha senso usare i vezzeggiativi? Possono avere senso nelle fiabe, parlando della ‘vecchierella’ o del ‘nonnino’, figure quasi mitiche per i bambini. Ma nei media, nell’informazione o nel giornalismo, non c’è bisogno di usarli. Il problema dei vezzeggiativi è che infantilizzano: fanno sembrare gli anziani come se non fossero in grado di capire o arrangiarsi da soli. Questo fenomeno colpisce anche persone con disabilità, con background migratorio o con difficoltà linguistiche. In generale, quindi, fuori dai contesti narrativi per bambini, i vezzeggiativi sono fuori luogo. Nel giornalismo si devono raccontare i fatti evitando pregiudizi o bias: gli anziani rimangono prima di tutto persone e l’età non dovrebbe comportare perdita di autorevolezza”.

Il dialogo intergenerazionale e i contrasti tra età sono una questione millenaria. “Le divisioni ci sono state molto prima che esistessero queste etichette. Uno dei primi sfoghi contro i ‘giovani d’oggi’ si trova nella Repubblica di Platone: un giudizio negativo sulle generazioni giovani o sulle persone anziane. L’idea di creare categorie generazionali nasce dal bisogno umano di comprendere e organizzare la conoscenza. Queste etichette hanno senso: la mia generazione X è diversa dalla tua Z, per esempio nella tecnologia o nell’accesso a certe cure, come la diagnostica prenatale, ancora rara ai miei tempi. Le generazioni, soprattutto dalla X in poi, stanno accelerando: i Baby Boomer coprivano un arco di anni ampio, la X meno, i Millennial ancora meno, la Z ancora meno, e l’Alpha è la più ristretta. Il mondo cambia più velocemente: globalizzazione, Internet e altre innovazioni. Queste categorie sono utili come strumenti di comprensione, non come confini rigidi.

Al giorno d’oggi, il concetto di ‘boomer’ è più che mai attuale: “Oggi indica più un atteggiamento che l’età anagrafica. Le persone ‘boomer’ sono passatiste, reazionarie, lamentose verso tecnologia, giovani o tatuaggi. Anche giovani possono comportarsi da ‘boomer’. Io distinguo sempre il Baby Boomer, generazione precedente alla mia, dal ‘boomer’ come giudizio sull’apertura mentale”.

Sul tema dell’età e degli stereotipi legati al modo di comportarsi o apparire, la docente riflette così: “Io, quest’anno, a ottobre compio 50 anni. Non me li sento: qualche acciacco c’è, ma da un punto di vista dell’entusiasmo di vivere mi sento a malapena una quarantenne. Da giovane i 50 mi sembravano vecchi, e ora ci sono arrivata. Studiando questi schemi di classificazione, mi rendo conto che tutti tendiamo a etichettare gli altri. Anche io, che rifiuto certe regole su come ‘dovrei’ comportarmi a 50 anni, subisco questo stigma. Una cosa è certa: quando etichettiamo le persone, dovremmo chiederci perché. Vivremmo molto più serenamente se lo facessimo meno. Ad esempio, odio gli articoli che dicono alle donne cosa indossare dopo i 40 anni. Se voglio vestirmi in un certo modo, lo faccio, e sopporterò le conseguenze. Meno giudizi sugli altri, e probabilmente vivremmo molto meglio”.

Vera Gheno, sociolinguista, docente, divulgatrice e traduttrice dall’ungherese e dal finlandese, ha potuto osservare come le diverse culture trattino la terza età: “Secondo me, le nostre culture eurocentriche raccontano realtà simili: ci sono termini offensivi, neutri e vezzeggiativi, anche se le lingue differiscono. Viaggiando si notano differenze: in Oriente – sono stata in Giappone e Corea del Sud – c’è grande rispetto per gli anziani, espresso anche con titoli onorifici come ‘-san’ o ‘-sensei’. In Ungheria, dove sono nata, e in Finlandia, simili alla cultura italiana, emergono differenze legate al welfare: in Finlandia le risorse riducono le frizioni intergenerazionali e favoriscono un atteggiamento più benevolo verso gli anziani. In Italia, invece, si sente dire: ‘Se gli anziani morissero prima, non avremmo problemi con le pensioni’. In contesti più equilibrati, questa tensione economica è meno percepita”.

Sul rapporto tra generazioni, Gheno sottolinea come adulti e giovani spesso non si comprendano: “Gli adulti dimenticano di essere stati giovani. I ragazzi hanno sempre mostrato ribellione verso genitori o maestri, e i giudizi tipo ‘i giovani di oggi’ o ‘generazioni perdute’ sono tutte esagerazioni. Lo stesso vale per gli anziani: quando ci sembrano lenti, rozzi o poco flessibili, dovremmo ricordarci che un giorno saremo come loro. I vecchi del futuro siamo noi, e ricordarlo aiuta a percepire la terza età non come nemica, ma come una fase che ci riguarderà tutti”.

Importante, in ottica intergenerazionale, è lo scambio reciproco senza pregiudizi o senso di superiorità. “Di solito la conoscenza va dai più vecchi ai più giovani: gli anziani hanno più esperienza da trasmettere. Negli ultimi trent’anni, però, con grandi cambiamenti come la globalizzazione, i giovani sono spesso più veloci e smart su certe cose. Questo non toglie che i senior abbiano competenze preziose in altri campi. Per me, più che stabilire chi insegna cosa, serve maggiore ascolto reciproco: non si tratta di dire ‘sono più vecchia, quindi so di più’, ma di ascoltare anche ciò che i giovani possono insegnare ai più grandi. La conoscenza ha sempre seguito la via dell’età, ma su alcune cose le generazioni più giovani possono essere più preparate. Serve fermarsi e ascoltarsi, tra generazioni”.

Per guardare al futuro, è necessario pensare a una società che consideri l’invecchiamento della popolazione. “Rimane tutto sostanzialmente uguale da migliaia di anni: le generazioni continuano a insegnarsi a vicenda, anche senza classificazioni rigide. Oggi, però, con l’aumento della popolazione anziana, sarà necessario spostare il focus su un’età media più alta, con servizi pensati per la terza età. Molti mezzi pubblici, come i treni Frecciarossa, sono poco inclusivi: salire le scalette è difficile e le carrozzine richiedono montacarichi. Spero che in futuro si progettino trasporti, strumenti e accessori più adatti a questa nuova realtà. L’Italia è un paese di vecchi, ma non è un paese per vecchi”.

Il rispetto tra generazioni non è un’utopia, ma una necessità sociale, culturale ed economica. Con una popolazione che invecchia e giovani che chiedono spazio, la sfida è trovare un equilibrio: riconoscere che ogni età ha qualcosa da dare e qualcosa da imparare. Superare i conflitti intergenerazionali significa costruire una società capace di valorizzare tutti, perché il futuro appartiene a chi saprà mescolare esperienza e innovazione. Perché superare l’ageismo significa vedere l’invecchiare non come un problema, ma come un’opportunità: un ponte tra esperienza e rinnovamento, tra passato e futuro.