
Nel 2013 il regista canadese Denis Villeneuve ormai celebre per l’adattamento cinematografico meglio riuscito di Dune nonché per il sequel del celebre Blade Runner di Ridley Scott sforna Enemy; pellicola di 91 minuti fortemente ispirata all’opera del premio nobel José Saramago “L’uomo duplicato” del 2002. E’ doveroso riferire che nello stesso anno il regista rilascia in realtà ben due film (entrambi con Jake Gyllenhaal come protagonista): Enemy e Prisoner, con il primo diventato quasi un “second feature” del secondo non a caso più conosciuto e di maggior successo. Scelta pienamente comprensibile se si considera la trama ben più complessa e il finale aperto che caratterizza Enemy e che lo rende a parer mio assai interessante.

Adam Bell è un professore universitario che vive una vita grigia e ripetitiva a Toronto, tra lezioni monotone e una relazione spenta con la fidanzata Mary e soggiogato dalla madre. Un giorno, guardando un film su consiglio di un collega, rimane sconvolto nel riconoscere tra gli attori un uomo identico a lui. Spinto dalla curiosità, Adam scopre che quell’uomo si chiama Anthony Claire, è un attore di modesta fama e vive con la moglie incinta, Helen. Dopo una serie di esitazioni e ricerche ossessive, Adam riesce a contattarlo, e i due si incontrano: sono perfettamente identici, ma i loro caratteri opposti li mettono subito in contrasto. Anthony, più sicuro e manipolatore, decide di approfittare della situazione e propone uno scambio: vuole prendere il posto di Adam per una notte e passare del tempo con Mary. Il piano degenera in tragedia quando, durante una fuga in auto, Anthony e Mary muoiono in un incidente. Nel frattempo, Adam assume l’identità di Anthony e si trasferisce nell’appartamento di Helen. Ma la realtà comincia a deformarsi: visioni di ragni giganti e ambienti surreali suggeriscono che qualcosa non torna. Nella scena finale, Adam trova una chiave misteriosa e, poco dopo, vede Helen trasformarsi in un enorme ragno.

Il film non fornisce spiegazioni dirette: è un thriller psicologico allegorico sulla doppia identità, la colpa e il desiderio di fuga da se stessi. Ci vengono dati più volte indizi nel corso dell’opera che in realtà Adam ed Anthony siano in realtà le due parti di uno stesso individuo. Come Brad Pitt per Edward Norton in Fight Club, Anthony rappresenta la parte di Adam che desidera vivere libera e fuori dagli schemi dettati dalla madre e dalla società ma anche il lato manipolatore, traditore e furente; tutti aspetti che in Adam non ritroviamo, apparendoci come un professore universitario insoddisfatto e frustrato. Ciò che più opprime Adam è senza dubbio il rapporto con le donne della sua vita, rappresentato metaforicamente dalla onnipresente figura del ragno nel corso del film: Adam vede le donne come ragni che intrappolano la sua vita imponendogli regole e responsabilità a cui lui non vuole sottostare; in questo senso possiamo interpretare Mary come un tentativo mentale di ribellione e di fuga dalla moglie prossima a partorire. Nel finale vediamo l’incidente, metafora del tentativo di Adam di ricongiungere le due parti in una sola persona in seguito al ritrovamento della misteriosa chiave, tentativo che però fallisce nel momento in cui rientrato in camera da letto continua a vedere la moglie come un enorme tarantola. Adam cerca più volte motivi per questa sua insoddisfazione e frustrazione ma, citando V per Vendetta, se c’è da cercare un colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio.




















