– di Vincenzo D’Anna* –
La sindrome di Stoccolma è una risposta paradossale in cui la vittima di violenza o abuso, sviluppa sentimenti positivi verso il proprio aggressore. Non è una diagnosi clinica, ma un fenomeno straordinario e anomalo di adattamento al trauma. Di fronte allo stress dovuto a violenza, segregazione o pericolo per la propria integrità psicofisica, la vittima può maturare sentimenti positivi verso l’aguzzino, nel tentativo di evitare ulteriori angherie. Sconvolta dalle privazioni e dalle torture, in una situazione di terrore, essa può arrivare a vedere, nell’oppressore, l’unica possibile fonte di salvezza, sviluppando simpatia e complicità. Il termine nasce da un episodio avvenuto a Stoccolma nel 1973, quando alcuni ostaggi di una rapina in banca, una volta liberati, mostrarono atteggiamenti volti a minimizzare le violenze subite e persino a difendere i loro sequestratori. Ed è proprio questa la condizione che, secondo il piano di pace di Donald Trump — così gradito a Vladimir Putin e ai suoi sostenitori in Europa — dovrebbe accettare il popolo ucraino: un popolo che da quattro anni subisce aggressioni militari, privazioni di ogni genere, attacchi contro obiettivi e infrastrutture civili, e che affronta fame, freddo e totale incertezza sul proprio futuro. Mentre donne, bambini e civili di Gaza erano giustamente al centro delle preoccupazioni dell’opinione pubblica italiana — che ha marciato instancabilmente, talvolta con violenza e strumentalizzazioni contro il governo, al grido di “fermate il genocidio” — oggi nessuno sembra accorgersi delle vittime civili ucraine. Ben diverso è apparso l’atteggiamento, indulgente se non indifferente, degli irenici di ogni colore di fronte a stupri, fosse comuni e deportazioni di migliaia di bambini in Russia, dove i piccoli sono stati indottrinati contro la madrepatria, all’inizio dell’invasione. Una disparità smaccata che sta rivelando la doppia morale e l’odio ideologico ormai connaturato agli oppositori a oltranza del governo di centrodestra. E le privazioni degli ucraini non sono finite. Si sfiora il parossismo apprendendo che la corte di giustizia russa ha incriminato per genocidio diversi membri del governo di Volodymyr Zelensky. Finora nessuna voce si è levata contro questa tragica e cinica menzogna, neppure tra coloro che per settimane hanno polemizzato sul rimpatrio del generale libico Usama Almasri, torturatore che circolava impunemente in Europa. Lo stesso vale per l’elusione del mandato di cattura emesso dalla Corte dell’Aja contro lo zar del Cremlino per crimini contro l’umanità, mentre il leader russo continua a compiere visite di Stato in America, Cina e India. Ma tant’è: non scopriamo certo oggi la doppia morale di certi protagonisti della politica italiana. Ciò che conta, nel quadro generale, è il danno arrecato a uno Stato, al suo diritto all’integrità territoriale, alla vita ed alla libertà del suo martoriato popolo. Un contesto in cui gli Stati Uniti appaiono ormai come avversari degli interessi europei, in un’inquietante convergenza con l’aggressore russo e le sue mire imperialiste. Di fronte a questo scenario geopolitico sempre più sconcertante, il Vecchio Continente non può più fingere di non capire che deve cavarsela da solo. Ogni tentennamento, ogni illusione di un aiuto determinante da parte dell’amministrazione Trump è infatti svanita con la pubblicazione del rapporto del Dipartimento di Stato americano, che sancisce in modo inequivocabile il disimpegno degli Stati Uniti. Con il venir meno degli assetti politici internazionali del secondo dopoguerra, servono politici coraggiosi, non mezze figure titubanti. È urgente potenziare l’esercito europeo, fornire agli ucraini le armi necessarie e reperire i fondi necessari a sostituire il ruolo statunitense. Le frecce nella faretra europea sono molte e vanno usate con intelligenza e determinazione: dalla riforma radicale della Nato alla chiusura delle basi americane in Europa, dall’ingresso della Turchia nell’Ue (e nelle forze europee), all’apertura di un dialogo commerciale con la Cina e i paesi del BRICS. Insomma, bisogna lasciare Trump al suo destino: non può essere la sindrome di Stoccolma il nostro destino futuro.
*già parlamentare



















