
– di Vincenzo D’Anna* –
In politica, tra il dire e il fare non c’è solo il mare delle difficoltà necessarie a trasformare le parole in fatti concreti e coerenti. A questo si aggiunge un fattore intrinseco: la necessità di conciliare opinioni diverse e, soprattutto, appetiti e ambizioni di potere. Le parole si infrangono spesso sullo scoglio del “voler comandare”, un ostacolo che vanifica ogni buon proposito. A certe latitudini, il comando diventa lo strumento per gratificare gruppi di interesse e “blocchi” sociali che hanno orientato i voti in campagna elettorale, in un contesto politicamente impoverito dalla rarefazione delle idee e dei valori che un tempo guidavano i partiti. Venuta meno la funzione di mediazione garantita dal confronto interno alle forze politiche, ciascuno procede in ordine sparso, senza un comune denominatore che lo leghi a un progetto condiviso o al simbolo sotto il quale si è candidato. Se i partiti diventano “ditte” personalizzate, riconducibili a un capo più che a un sistema di idee, ogni protagonista si sente legittimato a gettare, come Brenno, la propria spada sulla bilancia decisionale. Così, la composizione di una giunta regionale diventa non più il risultato di una sintesi politica tra alleati, ma l’applicazione di logiche estranee alla valutazione delle competenze e delle esperienze. Il particolare prevale sul generale al punto da far rimpiangere il manuale Cencelli, che nella Prima Repubblica regolava la distribuzione degli incarichi tra gli schieramenti vincitori. Nel centrosinistra campano l’arco delle presenze è ampio e contraddittorio: dalla sinistra antagonista di Fratoianni e Bonelli fino agli antipodi rappresentati da Clemente Mastella, da sempre dileggiato come campione del trasformismo ma puntualmente decisivo per vincere le elezioni. In questa fase egli diventa anche cartina di tornasole per i moralisti d’accatto e per i cultori della doppia morale, che trovano nell’ex governatore Vincenzo De Luca e nelle sue truppe, la massima espressione. Tra questi poli si collocano il M5S, il Pd con i suoi cacicchi e Matteo Renzi, il “ labbro di Rignano”, in quanto logorroico ex rottamatore. Mettere insieme questi protagonisti per comporre l’esecutivo regionale non è impresa facile per il neo governatore Roberto Fico, che con ogni probabilità dovrà rinunciare alle sue ambizioni di un radicale rinnovamento dei metodi e delle nomine. A pochi giorni dal Consiglio regionale, regna ancora l’indeterminatezza. Scongiurato il rischio di nominare assessori i Consiglieri Regionali eletti oppure i parenti prossimi dei capibastone, le difficoltà si concentrano sul contrasto ad alcuni nomi, per affermare la discontinuità, nell’esecutivo regionale, rispetto alla recente stagione deluchiana. Le resistenze dello “sceriffo” restano forti: De Luca spinge per l’ingresso del suo uomo di fiducia, l’ex vicepresidente Fulvio Bonavitacola, garante di quella continuità che l’ex sindaco di Salerno intende preservare. Il piatto è ricco: fondi miliardari da spendere, opere progettate ma non cantierate, risorse di coesione europee che Fico vorrebbe sottrarre alle vecchie logiche. La lotta è silenziosa e opaca, ma riaffiora come un fiume carsico nello scontro tra Vincenzo De Luca e Gaetano Manfredi, primo cittadino di Napoli ed eminenza grigia dell’operazione Fico, deciso a chiudere con la precedente stagione politico-amministrativa. Intanto i Dem, premiati nel numero di consiglieri eletti, dopo la scomparsa delle liste civiche legate a De Luca, sono alle prese con i veleni di una vera e propria “guerra interna”. La sintesi allegorica è nella contrapposizione tra una “Vandea” guidata da Manfredi, protesa verso il Termidoro della restaurazione partitocratica di Conte e Schlein, e la prosecuzione delle gesta del Robespierre di Ruvo del Monte, Vincenzo De Luca, con la sua cerchia di fedelissimi. Un tira e molla destinato a durare mesi, mentre la sanità agonizza, la Terra dei Fuochi resta contaminata (e commissariata), il condono edilizio è ancora negato ai cittadini campani e di grandi opere infrastrutturali manco a parlarne. Il resto degli accadimenti? Lo sapremo solo vivendo, e temo non sarà proprio un gran bel vivere.
*già parlamentare




















E’ giusto convenire che il tempo prossimo sarà una stagione teatrale ora melodrammatica ora informata al teatro di Plauto! E’opportuno inoltre, discorrendo di eminenze grigie, segnalare l’apporto per nulla secondario di Federico Cafiero de Raho che puntella come un abile carpentiere i legni della sua solida baraccopoli! In questa devastata Regione è stato in grado di portare le popolazioni partitiche più ingorde di potere e inabili a qualunque azione politica. Il Centro-Destra, come sempre, resterà a guardare in quanto pregno di ignoranza amministrativa regionale e interessato massimamente a lobbizzare le proprie posizioni lasciando solo spazio alle più perverse aspirazioni di potere e di moneta sonante. Purtroppo non resta ai cittadini campani sani che l’impegno sociale a manifestare contro questa massa di idioti! Il numero di chi non ha suggellato la presunta democrazia delle urne con la propria manifestazione di voto è troppo alta e dirà sicuramente la sua e ad ogni livello! Basterà solo attendere: l’Italia è pronta!
Comments are closed.