L’ADHD?

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   –    di Giuseppe Rock Suppa    – 

Anni fa quando ero ragazzo, prima di internet per la precisione, per tutti l’autismo aveva una faccia ben precisa, quella di Rain Man, essere autistico significava tenere ben presente Raymond, cioè Dustin Hoffman che contava le carte ricordando ogni numero, non capiva niente del mondo intorno però era un genio. Per un certo periodo, culturalmente, erano tutti Raymond, o meglio, tutti speravamo di esserlo. Quando sentivi di qualcuno che aveva un figlio autistico poteva perfino venire voglia di chiedere: “Wow, è un genio, e che sa fare?”. Ma non erano geni, non contavano carte, non avevano alcun talento compensatorio e le famiglie dovevano convivere con difficoltà quotidiane molto concrete. Era solo tutto cinematografico. D’altra parte il cinema aveva fatto il suo lavoro: aveva creato un mito, e il mito, quando funziona, non deve essere vero. Negli anni successivi l’autismo ha smesso di essere solo una figura cinematografica eccezionale diventando identità e quindi cambiando forma e variante, lentamente. Molto lentamente. Poi col tempo personaggi pubblici hanno iniziato a parlarne come un tratto distintivo, come chiave di lettura del proprio modo di stare al mondo, dalla solita Greta Thunberg che ha definito il suo Asperger un punto di forza, a Elon Musk spesso raccontato proprio come esempio di genialità.

Fin qui, comunque, niente che riguardi realmente la società, semmai il problema nasce quando il mito successivo prende il posto del precedente e è ancora più comodo, e mi sto riferendo all’ADHD. L’avete già sentita vero? Sembra che ormai ce l’hanno tutti. O meglio: tutti dicono di averlo, e lo trovo davvero orribile, oltre a essere una vera mancanza di rispetto verso chi realmente ne soffre.

Lo scrivono nelle bio e te lo spiegano nei reel e lo raccontano come una combinazione di superpotere e giustificazione universale, sembra un superpotere dei ragazzi di Stranger Things. Non riesco a concentrarmi, quindi ho l’ADHD. Mi annoio, quindi ho l’ ADHD. Apri il telefono ogni trenta secondi? È ADHD. Hai avuto una diagnosi neurologica? No, però lo dice Google.

Qualche numero, però, esiste. Negli USA le diagnosi di ADHD nei bambini sono passate da circa il 6% a oltre il 10% in poco più di vent’anni. Attenzione: questo non dice che i cervelli siano improvvisamente peggiorati, dice che la diagnosi è cambiata, e con lei il modo in cui interpretiamo qualsiasi difficoltà di attenzione. Il paradosso è che, se davvero oggi aumentano i problemi di attenzione, la causa non è misteriosa, è biologicamente ambientale. Vale per gli adulti, figuriamoci per i bambini, che con il cellulare e Tik Tok e Instagram ci nascono: downscrolling infinito, e notifiche continue, e contenuti progettati proprio per interromperti, insomma piattaforme costruite per impedire qualunque forma di concentrazione prolungata. Se metti una persona dentro un ambiente che distrugge sistematicamente l’attenzione e quella persona non riesce più a concentrarsi rincoglionendosi, forse il problema non è la persona.

Questa spiegazione è molto scomoda, perché chiamerebbe in causa il sistema, l’educazione, il lassismo dei genitori che non vengono mai visti con un libro in mano ma anche loro a scrollare, tutto scrolla. Molto meglio trasformare il sintomo in identità. Molto meglio dire “sono fatto così”. Ancora meglio dirlo pubblicamente, con un hashtag, e gli algoritmi aiutano: guardi un video sull’ADHD, te ne propongono altri dieci, poi venti, poi cinquanta, finché non ti sembra statisticamente impossibile non riconoscerti (anche perché altrimenti non saresti lì a scrollare). Non è una diagnosi, è un feedback loop.

Non a caso, gli studi più recenti non concordano su un aumento reale della prevalenza biologica e a crescere sono soprattutto le richieste di diagnosi, la visibilità del tema e le prescrizioni. Più che un’epidemia neurologica, sembra una mutazione culturale del disagio.

Insomma, siamo passati dal genio autistico di Rain Man alla bio di Instagram con scritto “ADHD, neurodivergente”. Prima il cinema semplificava, oggi semplificano i social. Prima c’era un mito raro e elitario, oggi c’è una normalizzazione di massa di una “malattia” di comodo. Raymond che contava le carte, mentre oggi l’ADHD è un feed che non finisce mai. In mezzo l’umanità è diventata più fragile anche perché non riesce più a stare senza stimoli idioti. E questo, curiosamente, non lo mette quasi nessuno in bio.