CASERTA, TRA LIMBO POLITICO E FACCE DI BRONZO

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–    di Vincenzo D’Anna*   –       

Cosa pensi e cosa dica la classe politica e parlamentare di Terra di Lavoro sulle notizie criminose diffuse dalla stampa resta ancora un segreto ben custodito. Per quanto dagli organi di stampa casertani (ma non solo), alcuni dei quali gestiti online, che godono di alti indici di accessi e di visibilità, vengano riversate sugli attoniti cittadini notizie di inchieste che vedono protagonisti noti esponenti del mondo politico locale, nessuno fiata tra i politici di rango. In tali inchieste, maturate in tempi molto, troppo lunghi, si ritrovano coinvolte diverse amministrazioni comunali e quella provinciale. Quest’ultima, in particolare, si appresta a rinnovare la composizione del Consiglio e ad eleggere un presidente e una giunta esecutiva; diverse le liste in campo che, come è noto, sono composte dai consiglieri comunali dei 104 Comuni della provincia. Alcune liste hanno come riferimento le aggregazioni politiche nazionali, altre un partito vero e proprio; altre ancora si richiamano a liste civiche presentate nella recente competizione per il rinnovo del parlamentino regionale ed hanno come dominus di riferimento il consigliere regionale eletto a Caserta sotto quello stesso simbolo. Impazzano, come al solito, il toto-presidente e le previsioni di successo elettorale. Intanto, per quanto si sia letto oppure sentito, non è comparso uno straccio di programma che illustri cosa intenderanno fare lorsignori una volta eletti. Nemmeno un rigo, oppure una parola! Il tutto procede all’insegna del qualunquismo indeterminato e dequalificato. Il personalismo e il vuoto nominalismo sono le cifre distintive di un caravanserraglio che viene eufemisticamente chiamato “competizione politico-elettorale”. Ma se sul versante della politica politicante nessuno si turba più di tanto, essendo la gestione del potere il fine ultimo di questo particolare tipo di agire, quel che lascia perplessi è la cortina di silenzio, il disinteresse che avviluppa la cosiddetta opinione pubblica, la quale, innanzi alle notizie di arresti, imputazioni e indagini di cui sono oggetto consiglieri regionali e provinciali, sindaci e amministratori di enti pubblici, rimane muta. Ed è questa silente indifferenza, che finisce con l’assumere i contorni della complicità, a far calare nel dimenticatoio ogni scandalo e ogni indignazione. Eppure le accuse ricadono sul capo di politici che hanno sempre ottenuto copiosi consensi in termini di voto. Tale fenomeno conferma che in democrazia eletti ed elettori si somigliano e si scelgono vicendevolmente, ossia sono fatti della medesima pasta. Quindi l’etica pubblica e la morale personale di quegli elettori possono dirsi scadenti all’ombra della Reggia. Non c’è sussulto alcuno in quegli elettori innanzi all’ipotesi di aver votato gente che, facendo politica, si sia riempita le tasche oppure abbia coltivato clientele sistemando i propri portaborracce. A rendere la scena ancor più ambigua c’è il silenzio, la flemma nel procedere che proviene dal Palazzo di Giustizia, ove si indaga per anni e poi ci si ferma: un agire meditabondo e circospetto che, allo stato, non conclude e non definisce ciò che pure aveva da tempo iniziato. Ed è così che tutti restano inquisiti ma a piede libero, sia pure processati sui giornali e sottoposti alla gogna mediatica, senza mai poter mettere piede in un’aula di tribunale per discolparsi. Un esempio eclatante viene dalla vicenda di Giovanni Zannini, consigliere regionale, dominus incontrastato nel raccogliere consensi sia quando si candida nel centrosinistra sia quando sceglie di farlo sul versante opposto, avendo al seguito diversi primi cittadini che lo sostengono e lo assecondano nei Comuni amministrati, nonostante la transumanza politica. Accusato in vari filoni di inchiesta, destinatario di alcuni provvedimenti di carcerazione, rimane operativo sul piano politico e gestionale ma nel limbo indeterminato sul piano giudiziario. Più volte sentito dai magistrati, secondo quanto previsto dall’opinabile norma detta “avviso di arresto”, Zannini resta tra coloro che sono sospesi, mentre si affastellano accuse infamanti sulla sua condotta. Evidentemente in quelle inchieste sono emersi fatti ostativi che ne rallentano gli esiti; è possibile ipotizzare che tali intralci consistano nel coinvolgimento, nelle varie fattispecie, anche di soggetti che sarebbero dovuti essere dall’altra parte della barricata. Voci di dentro fanno addirittura trapelare che possano essere emerse situazioni delicate, se non imbarazzanti, a carico di addetti ai lavori operanti in ambienti giudiziari. Chi siano, nessuno può saperlo: magistrati compiacenti? Esponenti di forze dell’ordine infedeli? Dipendenti di uffici giudiziari corrotti? Chissà. Si può solo ipotizzarlo oppure supporlo, stante la stridente dissonanza tra la lunghezza delle indagini e i provvedimenti emessi, tra questi e la conclusione certa della fase istruttoria. Nel frattempo tutto resta tale e quale in ambito politico e amministrativo: chi gestiva continua a farlo, chi aspetta di sapere continua ad attendere; chi ha diritto di essere giudicato rimane in mezzo al guado fangoso del “sentito dire”. In primavera molti Comuni della provincia di Terra di Lavoro andranno alle urne con la partecipazione di politici “chiacchierati”, se non in procinto di essere raggiunti da provvedimenti giudiziari. A chi giova questo stato di cose, che coinvolge un intero sistema, molteplici istituzioni pubbliche e persone che dovrebbero essere allontanate per tempo dai posti di potere, e non dopo essere state di nuovo elette? E lo stupore potrebbe anche tramutarsi in meraviglia se, nel frattempo, qualche parlamentare casertano, svegliandosi dal letargo e dismesse le vesti di muto astante che interpreta sia a Caserta sia a Roma, facesse un’interrogazione parlamentare ai ministri interessati per chiedere un’ispezione sullo stato dell’arte. Ovviamente, se trovasse il coraggio di togliersi, per un attimo, la maschera di faccia di bronzo con la quale espleta il proprio mandato.

*già parlamentare