PER RICORDARE BRUNO CONTRADA … LA STORIA DI TUTTE LE STORIE

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    –    di Francesca Nardi    –                                                                                                   

Se n’è andato a 94 anni Bruno Contrada portando con sé lo “scrigno dei segreti” che lo Stato gli aveva affidato e lui difese, contro tutti, persino contro se stesso, e nonostante il peso orrendo della calunnia, che qualcuno aveva tessuto abilmente, per odio, per vendetta o per avvertimento, con l’obiettivo perverso di distruggerne la credibilità e che, per oltre trent’anni lo aveva consumato nell’anima e nelle carni, tenute insieme dallo spirito indomito ed indomabile, che ne aveva contraddistinto le scelte e l’esistenza. Oggi l’ultimo saluto a Palermo ad un uomo dello Stato che se ne va, lasciando dietro di sé tutto ciò che, sperando in un futuro migliore anche se improbabile, forse gli uomini onesti, vorranno un giorno raccogliere e raccontare, restituendo a Bruno Contrada e alla sua famiglia, almeno la dignità intonsa della memoria. Ma oggi, nonostante l’odore di incenso arrivi virtualmente ovunque, invitando alla riflessione, il sottile rigagnolo di fiele che dal 1992 inquina e pervade, con sofisticata ferocia la sua esistenza, sembra continui ad evitare ostinatamente le secche, per affiorare, quasi trionfante, persino nei commenti post mortem…ad opera dei “giusti & probi”, oggi ancor più “giusti & probi”.

 “Sono e sarò sempre un uomo di Stato” aveva detto Bruno Contrada in quel giorno lontano, quando, grazie all’onorevole Rosa Suppa e al compianto colonnello Antonio Del Monaco, avemmo la possibilità di incontrarlo nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere…e come avemmo modo di scrivere:  “in una stanza stretta…che affacciava su un corridoio altrettanto stretto, movimentato da uno strano via vai…” e come ebbe modo di ripetere, quella volta che, anni dopo, libero, in possesso di una strana libertà, abbiamo potuto, finalmente, intervistarlo dinanzi ad una telecamera. Nel tempo ed attraverso la notte più lunga, quella cui sembra non spettare alcun risveglio, la storia di Bruno Contrada rimane la storia di tutte le storie, narrata dalle pause ansimanti, definita dalle parole, asciutte, rauche, perfette nella loro brevità…disegnata dai tratti incisi sulla fronte e attorno alla bocca…quella storia priva di accenti, spenta dentro sé stessa dalla consapevolezza di una verità vietata dall’onore, quella storia che abbiamo ascoltato e visto trasudare dalla fronte aggrottata, dalla severità del giudizio, mentre immaginavamo il rimorso del giorno che verrà, quel tormento che la sacralità della ribellione, avrebbe dovuto impiantare e rigirare come un pugnale azteco, nelle viscere di chi aveva mentito, per distruggere un uomo dello Stato. Sarà difficile allora per chiunque, tornare ad essere uomini ed uscire da quella scacchiera in cui è stato conveniente salire e tradursi in pedine. Non abbiamo creduto mai, per un solo istante, alla colpevolezza di Bruno Contrada ma, quando lo abbiamo incontrato la prima volta in quel carcere militare, la conferma è stata immediata, aspra, dolorosa…ci è piombata addosso nello stesso istante in cui abbiamo incontrato il suo sguardo… ed il senso stesso della nostra impotenza, dinanzi all’evidenza di un sicario invisibile, è stato devastante. Un campo di grano improvviso è ciò che ci sembrò di vedere con lo sguardo della mente…e la prima cosa che scrivemmo fu:  “…in questo Paese che falcia il grano assieme alla storia e lo tritura con i suoi figli migliori, quelli che non rinnegheranno nulla anche se la voce è diventata tremante e le gambe cedono e la sigaretta, la settantesima della giornata, non è così ferma tra le dita e si incurva e si stropiccia….in questo Paese si muore e si torna a tentare di vivere ogni giorno e ci si incammina su percorsi fortunosi che qualcuno traccia per noi con il consenso dello Stato”…Oggi Bruno Contrada si avvia verso l’Infinito e noi siamo certi che il suo ultimo pensiero, sia stato di speranza per il nostro Paese. Hasta la suerte!