Dopo le numerosissime recensioni della critica specializzata che descriveva L’Ultima Missione: Project Hail Mary come miglior film di fantascienza dell’ultimo decennio buono io in quanto grande cultore del genere non ho potuto far a meno di sperare che le recensioni fossero veritiere: non sono stato deluso. Mai mi è capitato di essere così felice di recarmi ad un’anteprima cinematografica. Premesso che non ho letto l’opera originale di Andy Weir il quale dopo The Martian si riconferma come eccellente produttore di soggetti cinematografici. L’opera adattata alla sceneggiatura da Drew Goddard trova la sua massima forma espressiva nella costruzione cinematografica di Phil Lord e Christopher Miller, i quali producono un nuovo capolavoro dopo aver già conquistato il pubblico con molte delle loro precedenti opere (The Lego Movie, Spider-Man: Across the Spider-Verse, ecc…)

La trama segue Ryland Grace (Ryan Gosling), un insegnante di scienze che si risveglia su un’astronave a miliardi di anni luce da casa, senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Man mano che la memoria gli ritorna, inizia a scoprire la sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando lo spegnimento del sole. Dovrà fare appello alle sue conoscenze scientifiche e a idee non convenzionali per salvare tutto ciò che esiste sulla Terra dall’estinzione ma un’amicizia inaspettata gli farà capire che potrebbe non dover affrontare la sfida da solo.

Ryan Gosling regala al grande pubblico la sua migliore interpretazione dai tempi del sottovalutatissimo Blade Runner: 2049 con un personaggio che gli calza a pennello e che gli dà la possibilità di esprimere le sue grandi doti interpretative (che io in verità ho sempre apprezzato). Un personaggio che rientra negli stilemi delle sue precedenti interpretazioni per le sue caratteristiche peculiari: solitudine, bontà, tristezza, coraggio. Rimane ancora valido il simpatico motto “Ryan Gosling non interpreta mai un personaggio felice” anche se il finale di quest’opera lascia di certo più sereni rispetto al precedentemente citato Blade Runner.

Punto chiave del film è l’amicizia che si instaura fra Ryland Grace e l’alieno Rocky, anch’esso in missione per salvare la sua specie. La grande storia d’amicizia su cui si basa di fatto il film oltre ad essere appassionante ed avvincente tanto da essere commovente è di grande ispirazione per lo spettatore, proprio in questo si cela il grande messaggio del film (grande specialmente in questi tempi): dobbiamo imparare a collaborare e a volerci bene, nonostante le differenze perché solo così possiamo salvarci. Ho amato molto la giustificazione biologica che si tenta di dare al comportamento così amichevole della specie di Rocky (il cui design è a mio avviso davvero incredibile).

Inoltre un ulteriore motivo assai valido per recarsi in sala è la direzione alla fotografia di Greig Fraser, il genio dietro al look visivo del Dune di Villeneuve (per dirne uno) che regala al grande pubblico anche questa volta dei fotogrammi da manuale e da museo, capaci di impressionare anche il più scettico degli spettatori, il quale potrebbe effettivamente mal tollerare la durata del film di 157 minuti (una delle poche critiche diffuse è appunto riguardante il pacing troppo lento a tratti) che però riescono a scorrere in maniera fluida proprio grazie a tutti gli accorgimenti della fotografia e della scenografia.

In conclusione penso che Project Hail Mary sarà col senno di più un’opera che supererà la prova del tempo per venir poi annoverato tra i grandi classici del genere come Interstellar meritandosi sicuramente la vostra partecipazione in sala.



















