– di Vincenzo D’Anna* –
È ormai un dato consolidato, oserei dire ineludibile: il popolo italiano non gradisce le riforme. Da qualunque parte dello schieramento politico esse provengano, incontrano la contrarietà degli elettori. A poco serve sostenere che le cose vadano cambiate: nel Belpaese di tutto ci si lamenta, ma poco o niente viene accolto se si modifica l’esistente. Qualunque sia l’argomento oggetto di un’ipotesi riformatrice, nella maggioranza del popolo sovrano a prevalere è la conservazione, il timore che, cambiando le cose, queste possano apportare un mutamento dai risvolti negativi, un peggioramento dello status quo ante. Eppure, a voler sondare le opinioni degli abitanti dello Stivale, le note di soddisfazione sullo stato dell’arte sono in larga minoranza; si trasformano però in maggioranza allorquando qualcuno tenta di porvi rimedio. È questa la sintesi che emerge dagli ultimi tentativi di riforma: così è stato nelle ultime tre proposte, quella per la modifica del bicameralismo perfetto, quella della scuola e quella della giustizia. Da decenni lamentiamo la lentezza con la quale il legislatore partorisce leggi sui più svariati argomenti, dell’estenuante ping-pong tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, le cui assemblee sono chiamate a rileggere e rivotare un testo di legge anche se modificato marginalmente da una dei due rami del parlamento. Da questa farraginosa procedura discende spesso la mancanza di tempestività e di incidenza delle norme nel porre rimedio a qualsivoglia problema, in ogni ambito di intervento. Ed è anche grazie a queste lungaggini che è venuta fuori la pessima abitudine dell’esecutivo di proporre decreti-legge, comprimendo di fatto l’iniziativa parlamentare e accompagnando il tutto con la consuetudine di apporre la fiducia sulle “proposte” del Consiglio dei Ministri. Una pratica che restringe il dibattito in aula e fa decadere tutti gli emendamenti che il Parlamento propone al testo elaborato a Palazzo Chigi, riducendo Camera e Senato al ruolo di mera ratifica, a colpi di maggioranza, di quanto il Governo ha già confezionato nella proposta legislativa. Così è stato con la riforma sulla “buona scuola”, che provava a reintrodurre nel sistema scolastico criteri di valutazione del merito e a conferire spazi di autonomia e decisione da parte dei presidi. Una riforma che eliminava le vecchie pastoie che consentivano ad emeriti asini di salire in cattedra e agli studenti più bravi e meritevoli di emergere dalla massa. Bastò tanto perché si mobilitassero gli insegnanti, turbati dal “pericolo” di dover dipendere da un giudizio di merito e dalla valutazione di quello che nominalmente viene chiamato dirigente scolastico. Ed è stato lo stesso per il delicato argomento che riguarda la malandata giustizia italiana, ancorché, in fondo, si trattasse di dare maggiori garanzie al cittadino qualora incappasse nel tritacarne degli abusi e degli errori giudiziari, tutt’altro che infrequenti in un sistema nel quale chi accusa e chi giudica sono colleghi, se non sodali, entrambi di fatto impuniti e irresponsabili. Insomma, valutando a posteriori tutti e tre gli episodi citati, si scopre che non si è mai trattato di valutare davvero la bontà o meno della proposta riformatrice. Viceversa, tutto è stato finalizzato e piegato agli interessi politici del momento, organizzato dalle opposizioni per determinare la caduta del governo in carica, utilizzando ogni speciosa argomentazione, perlopiù estranea al quesito referendario. Alle forze politiche con propositi destabilizzanti si sono sempre affiancate quelle categorie sociali che, nell’intento riformatore, vedevano una minaccia e difendevano le proprie nicchie di convenienza e di comodità, il mantenimento di uno status di favore entro il quale erano abituate ad operare senza scossoni. E non è un caso che gli argomenti specifici fatti oggetto di referendum non siano poi stati riproposti in altre proposte di legge, determinando quindi una generale acquiescenza su quelle delicate tematiche sociali. Fatto salvo che, sugli stessi argomenti, sia ricominciata puntualmente la litania delle lamentazioni, lo scontento di quelle aree sociali e degli ambiti politici che pure avevano in precedenza avversato la proposta riformista. Quindi c’è da chiedersi di cosa si tratti: autolesionismo, ottuso egoismo, prevalenza delle lobby stataliste che godono di favori e compiacenze, poteri ormai cristallizzati e, come tali, intoccabili? Forse tutte queste cause concorrono a spiegare un fenomeno che ha di fatto ibernato ogni proposito riformista in una nazione ove tutti, a parole, lo invocano. Il minimo comune denominatore di questo stato di cose forse risiede nell’erronea ed autoreferenziale definizione che, immeritatamente, ci assegniamo: quella di “italiani brava gente”. Eppure così non è, se non nella diffusa oleografia di un manierismo altrettanto diffuso che descrive un popolo dove la brava gente è, in realtà, sempre in minoranza.
*già parlamentare



















