
– di Vincenzo D’Anna* –
«Per un mondo libero dalle guerre» dicono gli striscioni esibiti nelle manifestazioni contro il potere dei potenti. Come al solito, nel Belpaese e più in generale nel vecchio continente europeo, la moda contestataria viene importata dagli Usa, ove a muovere la protesta è una galassia di associazioni che si riconoscono sotto un’unica parola d’ordine: nessun “re”, nessun potere personale può porsi al di sopra delle istituzioni democratiche. L’obiettivo in terra statunitense è Donald Trump ed il suo modo di governare, l’idea politica che egli rappresenta, il modo di fare rude e sbrigativo, scarsamente vocato alla diplomazia e fortemente ispirato alla politica del “randello più lungo”, ossia all’uso politico della debordante potenza militare a stelle e strisce. E tuttavia la critica contro il presunto potere personale del miliardario newyorchese appare una forzatura ideologica, essendo il Presidente degli Stati Uniti un uomo votato da oltre quaranta milioni di elettori che esercita i poteri che la Costituzione americana gli affida sotto il controllo delle istituzioni parlamentari e giuridiche di quella grande nazione. Insomma, potrà non piacere agli sconfitti, all’arcipelago che compone il Partito Democratico uscito sonoramente sconfitto nelle elezioni presidenziali. Gli americani non si trovano, quindi, al cospetto di un despota né di un tiranno, ma di un uomo che esercita i poteri conferitigli dalla Costituzione. Si potrà obiettare che la democrazia è quantità e non qualità, che non sempre gli esiti del responso democratico siano i migliori possibili, ma sarà bene ricordare che l’America è la patria della democrazia declinata in base alle libertà individuali, che lo Stato è costruito intorno al Presidente eletto direttamente dal popolo e che i poteri che esercita sono legittimati da quel suffragio diretto. Chi siede nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington tiene appeso sul muro un cartello che ricorda che «lo scaricabarile finisce qui», ossia che non c’è possibilità di demandare ad altri le responsabilità che fanno capo a chi le ha assunte. Quindi, al massimo dei poteri esercitati corrisponde il massimo delle responsabilità. Tutto questo viene ovviamente taciuto e ignorato da chi quel sistema ad impronta capitalistica in economia e liberale in politica non gradisce, da coloro che sono orfani dell’idea dello Stato onnipotente e della società degli eguali, di un sistema nel quale il collettivo prevale sull’individuale. Insomma, quelli che non si rassegnano all’idea che la Storia abbia decretato la sconfitta di quella utopia vagheggiata di un modello di uguaglianza degli esiti per ciascun individuo, il socialismo, e non della sola uguaglianza delle opportunità, il liberalismo. Concetti estranei e sconosciuti a quella massa di giovani e meno giovani che si ripara dietro le bandiere arcobaleno del pacifismo, ai sindacati di base, ai partiti della sinistra che trovano come collante l’opposizione alle “loro guerre”. Un’ulteriore dissimulazione sulla vera natura e sulle radici politiche da cui trae forza il movimento protestatario: oltre alle bandiere arcobaleno e della Palestina che garriscono al vento nei cortei, vi si aggiungono quelle di Amnesty International, Greenpeace, Emergency ed altre associazioni, nominalmente apolitiche ma pur sempre posizionate contro il potere, soprattutto quando questo viene esercitato in Paesi ove vige il sistema capitalistico, insomma dove è facile essere liberi di protestare. D’altronde, come al solito, dalle nostre parti tutto il movimento si muove solo ed unicamente in determinate circostanze. Ed è esattamente questo il discrimine che va evidenziato, la caratteristica che disvela la reale natura e le intenzioni dei pacifisti di casa nostra. Sotto quelle mentite spoglie spunta la contestazione al governo Meloni, alla deriva autoritaria che pare debba conseguire ineluttabilmente, emuli del sindacalismo di Landini e della CGIL, allorquando da molto tempo ci regala uno sciopero al mese durante il weekend, dopo anni di inattività. Per dirla chiaramente, la protesta è a senso unico, politicizzata più che mai. Non si vede alcuna contestazione verso dittatori, satrapi, teocrati che operano in altri Stati. Non c’è mai stato un corteo per contrastare il russo Vladimir Putin, il cinese Xi Jinping, il coreano Kim Jong-un, il venezuelano Nicolás Maduro e neanche gli ayatollah iraniani quando hanno trucidato migliaia di giovani che protestavano contro il potere cieco e violento del regime teocratico di Teheran. Ed allora anche le manifestazioni del No King Day, lungi dall’essere un moto super partes contro la guerra, un sentimento umanitario privo di altri scopi, si rivelano un espediente che in America è favorito da star hollywoodiane come Bruce Springsteen e da democratici in cerca di rivincita, e sulla sponda europea dai pacifisti a senso unico di una sinistra strabica e in malafede.
già parlamentare



















