La Sinistra e gli scandali dell’alcova

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 –   di Vincenzo D’Anna*    –                              

Lo si stenta a credere ma, a distanza di trent’anni, la Sinistra italiana non cambia registro: il dagherrotipo resta il medesimo, stesso stampo e identica tipologia politica. In extrema ratio viene a galla, con chiarezza, come siano rimasti appesi alle tre vecchie argomentazioni: l’odio sociale, il giustizialismo e lo scandalismo d’alcova. Tempus regit actum, solevano dire i giuristi nell’antica Roma: gli atti sono tenuti in piedi, resi validi, necessari e contingenti nel tempo in cui sono stati adottati. Una regola valida non solo per i giuristi, ma anche per i politici, chiamati quotidianamente ad affrontare le criticità sociali che si parano innanzi a coloro che si occupano del governo della cosa pubblica. Si sperava, per mero fatto logico-evolutivo, che nella cosiddetta Seconda Repubblica, consumata la fase della contrapposizione allo strapotere elettorale di Berlusconi, assurto a “uomo nuovo” nella proposta e nella prassi politica, e dopo l’uso di strumenti di marketing elettorale e la personalizzazione della leadership al posto del canonico partito politico, nel panorama della sinistra italiana le cose fossero cambiate. Eppure le metamorfosi sono state diverse: prima il trasferimento dal vecchio PCI al PDS, poi ai DS e infine al PD; quindi le stagioni personalizzate di Letta, Renzi e Schlein. Si pensava si fosse approdati a buoni lidi programmatici, alle sponde del liberalismo politico e dell’economia di mercato, all’esigenza di adeguare il concetto di Stato onnipotente e onnipresente a uno più agile e meno pervasivo, come avviene nelle democrazie europee. Così non è stato ed ogni tentativo di arrivarci è abortito. Ha prevalso, insomma, la vecchia pulsione pauperistica della società: l’idea che l’uguaglianza sia di per sé una forma di giustizia e tale da giustificare la necessità di tarpare le ali ai più capaci, ai meritevoli, a coloro che si distinguono perché sono categorie umane che producono diseguaglianza. Concetto alimentato dall’invidia dei mediocri e dal rancore sociale di quanti, sentendosi falliti nelle loro presunte potenzialità, si dedicano alla lotta politica con lo scopo di redistribuire la ricchezza di chi l’ha prodotta con merito, talento e sacrificio. Redistribuzione, patrimoniale, alta tassazione sugli utili d’impresa: si arriva finanche a definire quale sia il limite legittimo che tali utili possano raggiungere per essere ulteriormente assoggettati a nuove imposte. Un fiume di denaro dei contribuenti che serva a soddisfare il sommo bene dell’altruismo solidale finanziato coi soldi altrui, oppure utilizzato nei monopoli pubblici dei servizi, ove viene dilapidato per fini clientelari e politici. Il secondo dato permanente nell’agire della Sinistra è il giustizialismo, ossia la via per giungere al potere utilizzando una magistratura amica e politicizzata. La veemenza con la quale sia la magistratura sia la Sinistra si sono scagliate all’unisono contro la separazione delle carriere tra accusa e difesa, e contro il nuovo metodo di composizione del CSM, ne è la prova. Con il corollario di contrabbandare la difesa di tale sinergia, tutta politica e di convenienze reciproche, come difesa della Costituzione, quasi si fosse innanzi al Vangelo di una verità rivelata e, come tale, immutabile. Fu la vecchia classe politica del PCI a imboccare quella via giudiziaria al potere, corroborata dal moralismo e dallo scandalismo che fungono sempre da prodromi alle successive azioni giudiziarie per eliminare l’avversario politico del momento. Ed è sullo scandalismo, più che sul moralismo, che si sono ottenuti i migliori risultati in termini di delegittimazione e annichilimento degli avversari, nonché di stravolgimento delle regole politiche e democratiche. Buona parte dello scandalismo ha fatto leva, come al solito, su fatti di natura privata, spesso esasperati da quella doppia morale che i sinistri mostrano come peculiarità etica, ingigantendo ed estrapolando circostanze estranee all’azione politica dei soggetti messi alla gogna. Ma il piatto forte, già dai tempi di Berlusconi, è spiare dal buco della serratura della camera da letto. Le stesse persone che hanno teorizzato e sostenuto la giustezza di teorie spinte sul piano dei valori morali, invocando la liberazione da vecchi pregiudizi etici, si vestono da occhiuti censori delle relazioni altrui. Gente che ha tollerato tutto: omosessualità, transessualità, liquidità dei generi e dei gusti sessuali, teorie gender e woke, procreazione assistita anche mediante utero in affitto e uso di gameti eterologhi, adozioni alle coppie omosessuali, diritto alla morte programmata e al suicidio, libertà senza remore. Eppure spiano sotto le lenzuola dei loro avversari politici, facendone scandalo moralistico. Ultime vittime, dopo Sangiuliano, un altro ministro, Piantedosi, reo di aver intessuto una relazione extraconiugale. Tutto fa brodo e finanche le donne, che vengono proclamate da costoro come libere di amare chi vogliono, in questi casi diventano, per eterogenesi dei fini di questi ipocriti delle prezzolate puttane. Per mano di gente immemore delle proprie avventure, delle amanti che si sono portate in parlamento, oppure delle proprie mogli. Un campionario di grettezza da esporre al pubblico ludibrio, quando capita agli altri.

*già parlamentare