I Cattivi Maestri e la politica della menzogna

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–    di Vincenzo D’Anna*    –           

Il prof. Michele Ainis è un rispettabile opinionista che viene interpellato ogni qual volta si tratti di commentare progetti di riforma che vengono proposti in Parlamento, da quelli costituzionali a quelli elettorali, oltre che per i referendum. Professore emerito di Diritto costituzionale, gli si chiede di analizzare e valutare un provvedimento ogni qual volta si metta mano a un’ipotesi di cambiamento istituzionale. Che si tratti di riformare le istituzioni oppure la Carta costituzionale, c’è un’alta probabilità che il prof. Ainis sia chiamato a illuminarci, se non ad ammonirci, sulle eventuali conseguenze che le modifiche proposte potrebbero portare. A voler giudicare il tenore dei pareri espressi negli anni, lo si potrebbe definire un “conservatore”, nel senso che è più incline a difendere e conservare l’esistente che ad assecondare il cambiamento. E tuttavia non si è mai sperticato a esprimere soddisfazione sullo stato dell’arte che caratterizza il funzionamento delle nostre istituzioni. Emulo di Didone nel poema del Metastasio, è contristato dal dubbio funesto che ha del partire e che avrebbe del restare. Come tutti gli intellettuali, a volte tradisce una certa ambiguità di pensiero, esprime un’opinione anfotera che tradisce un pregiudizio a seconda di chi siano i proponenti delle riforme, più che su cosa questi stessi propongano. Niente di nuovo sotto il sole: tutto è conforme alla tradizione dei nostri maître à penser, che storcono il naso se le riforme vengono dal campo di un determinato schieramento politico, e sono invece benevoli nel giudicare la medesima idea se questa proviene dal campo politico di opposto. Accolgono con maggiore simpatia le proposte formulate dai “sinceri democratici”, ossia da coloro che portano tatuato sulla pelle il marchio dell’ortodossia antifascista. Il professore ha di recente coniato anche il neologismo “capocrazia” per descrivere, in modo acculturato, la deriva antidemocratica che minaccerebbe il Belpaese da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi. Secondo il cattedratico, la recente riforma della giustizia del centrodestra “è stata percepita come un intervento normativo contro la magistratura, non in sua difesa. Sicché a preservarla hanno provveduto i cittadini, difendendo al contempo la democrazia contro il vento autoritario che soffia in ogni dove e che scuote le coscienze alle nostre latitudini”. Aggiungendo poi, a maggior chiarimento, un ulteriore scampolo di prosa: “Non è stato un voto a sostegno del vecchio Csm, è stato un voto contro la postura d’un governo che strizza l’occhio a Trump e a Netanyahu, che ha sequestrato il Parlamento, che detta un’informazione televisiva di regime, che limita il dissenso con i decreti sicurezza. E che ha tentato di cambiare la Costituzione manu militari, con quattro voti blindati fra Camera e Senato senza correggere una virgola nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri”. Nessuno scandalo in quelle parole, perché chiunque può pensarla come crede, può avere le proprie opinioni sulla natura politica, le intenzioni e il programma del Governo. Si può però obiettare che l’illustre opinionista utilizzi le proprie argomentazioni per puntellare i propri pregiudizi sull’esecutivo e che, per farlo, menta e stravolga i fatti così come la cronaca politica ce li ha consegnati negli anni. In parole povere, lo stimato intellettuale pero’ perde per strada i fatti reali, ignora la cronaca politica e parlamentare, per piegare gli argomenti a finalità di parte, trasformandosi, in tal modo, in un “cattivo maestro”. In quella veste le sue argomentazioni perdono sia il pregio culturale sia quel minimo di obiettività che chiunque si aspetta debbano contenere le sue opinioni. La menzogna e la faziosità si addicono a coloro che vestono i panni del propagandista, non certo a chi si propone come persona esperta nella trattazione dell’argomento, perché in tal caso la mistificazione è ancora più dannosa e pericolosa, in quanto diventa un espediente che inquina alla base il confronto democratico. Non tanto perché l’opinione di Ainis debba avere per forza le stigmate della verità, ma perché quelle opinioni, provenienti da una persona colta e neutrale, godono di maggiore credibilità presso l’opinione pubblica. E veniamo ai fatti: il voto referendario non doveva essere espresso tenendo conto di aspetti politici generali ed estranei alla vicenda referendaria. Doveva riguardare la riforma della giustizia, per cui il vindice responso dato dal popolo contro la politica del Governo è un errore a prescindere e non può essere fatto passare come un elemento positivo. Se questo è stato, significa che ha prevalso la menzogna e il trasformismo di chi ha utilizzato il voto come espediente per tenere un plebiscito sul Governo. Una falsità che non può essere ritenuta e fatta passare come encomiabile. Il popolo potrà esprimere la preferenza sul Governo tra dodici mesi, quando si celebreranno le elezioni politiche, sulla base di fatti che riguardano l’azione specifica posta in essere dall’esecutivo. Altra falsità è che la Costituzione sia stata cambiata “manu militari” con quattro voti in Parlamento, peraltro espressi da una maggioranza abbastanza larga. Ainis ricorderà bene come il governo capeggiato da Massimo D’Alema varò una riforma costituzionale con un solo voto di maggioranza. A colpi di maggioranza fu varata la riforma di Renzi sulla scuola, senza suscitare allarmi democratici di sorta. Altra bugia è quella di addebitare al Governo in carica l’utilizzo dei decreti legge, varati dal Consiglio dei ministri, esautorando in tal modo la capacità legislativa del Parlamento. Quest’ultima cosa è storia molto vecchia, una metodologia che per quanto deprecabile era già in uso da decenni, fin dai tempi dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, per giungere ai due governi di Giuseppe Conte, che fecero largo uso – e abuso – dei decreti legge e dell’apposizione della questione di fiducia. Che il popolo non lo ricordi e che i politicanti fingano di ignorarlo è cosa comprensibile. Ma che finga di ignorarlo l’emerito professore Michele Ainis è inaccettabile, espressione di quanto largamente praticata sia la menzogna politica nel nostro Paese, utilizzata per inquinare gli argomenti e confondere le menti, sia dai politici, sia dai cattivi maestri.

*già parlamentare