
di Alessandro Aita
CASERTA – Una intera comunità in lutto. La notizia che nessuno avrebbe mai voluto sentire: Oscar Daniel Bezerra Schmidt, per tutti Oscar, ci ha lasciato all’età di 68 anni. Non è semplice parlarne in maniera giornalistica, raccontando il giocatore che ha scritto meravigliose pagine nella storia della Juvecaserta, lasciando la penna per le righe dedicate allo Scudetto 1991 ad altre mani per motivazioni che non staremo a raccontare. Mão Santa non è stato ‘solo’ un grandissimo giocatore, per distacco il più grande passato a Terra di Lavoro e probabilmente tra i migliori a non aver mai messo piede in NBA anche per questioni personali, recordman di punti fino all’avvento di LeBron James. Dal 1982 al 1990 ha rappresentato per la città di Caserta, non solo per la Juve, un sentimento di rivalsa, di riscatto sociale verso il Nord Italia.
Già leader di una nazionale brasiliana bronzo ai Mondiali del 1978 e del Sirio che vinse la Coppa Intercontinentale l’anno dopo, battendo Varese, ma dal punto di vista tecnico era un extraterrestre per i tempi. Un lungo di 205 centimetri con una mano morbidissima e gran mobilità, il prototipo di Dirk Nowitzki, quello che da tutti è considerato il papà dei ‘4’ di oggi. Dunque, mettete uno così in una squadra ambiziosa di A2 italiana nel 1982 come la Juve di Maggiò e potete capire tranquillamente il risultato: DOMINIO. La promozione è quasi un gioco da ragazzi e dall’anno dopo Caserta è stabilmente nei piani alti della Serie A, sfiorando solo quella grande vittoria che avrebbe impreziosito la sua epopea in bianconero tra campionato italiano, Coppa Korac e quella finale di Coppa delle Coppe con il Real Madrid ancora oggi consegnata all’Unesco del gioco.
Nonostante le mancate vittorie che rendono ingenerosamente piccola la Coppa Italia del 1988, Oscar è riuscito a fare qualcosa di ben più grande: rendere Caserta riconoscibile agli occhi di tutti, di metterla definitivamente ‘sulla mappa’. Prima la nostra città era ricordata soprattutto per la splendida Reggia, che per molti distratti rimaneva situata ‘vicino Napoli’. Mão Santa invece ha ridato lustro al territorio, venendo sempre associato alla città. Se si nomina Caserta in giro per il mondo ormai la prima associazione è proprio con Oscar, lo dico con cognizione di causa. E in quegli anni, grazie ai suoi successi e a quelli della Juve, la città è tornata piano piano a splendere, ridando sempre più significato a quel soprannome di ‘Terra di Lavoro’ di oltre 150 anni prima. Un simbolo di riscatto sociale, proprio come Diego Armando Maradona a Napoli, con l’argentino che in più occasioni non ha mancato di riconoscere la grandezza del verdeoro presenziando al PalaMaggiò. Del resto, tra leggende e simboli ci si riconosce.
La carriera con tutti i suoi successi, personali e di squadra, viene paradossalmente dopo. Un uomo che ha combattuto per anni con un tumore al cervello per quindici anni con l’orgoglio e la dignità del grande campione che è stato per tutti. Un uomo che ha dato e sentito affetto in ogni luogo in cui sia andato, e che ogni volta che è tornato a Caserta è stato accolto come il figlio prediletto che torna a casa. L’Oscar Game del 2003, i due ritorni: quello del 2016 al Palamaggiò, quando ricevette la sacrosanta cittadinanza onoraria di Caserta, e quello nel 2023 al PalaPiccolo, in occasione della partita contro Roseto. In ogni occasione il palazzetto ribolliva di passione verso il suo grande eroe, che veniva sopraffatto dall’emozione. Come da ragazzo, quando piangeva e segnava in finale di Intercontinentale. Piangeva anche avanti al pubblico bianconero. Per la passione che sentiva ogni volta che si presentava avanti a loro, forse per quel rammarico per non esserci stato in quello storico Scudetto. Non rendendosi conto di aver fatto qualcosa di molto più importante, non solo per la squadra, ma per una città intera. Che sarà in lacrime domani al PalaPiccolo, ricordando uno degli uomini più casertani della propria storia.



















