– di Vincenzo D’Anna* –
In queste ore le agenzie di stampa battono la notizia che i carabinieri del Ros hanno perquisito l’abitazione di Giuseppe Del Deo, già vicedirettore del DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri che coordina l’intelligence nazionale. Del Deo, in passato, ha operato nell’AISI, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, responsabile della sicurezza interna, ed è indagato nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta “Squadra Fiore”, il network clandestino composto da ex appartenenti alle forze dell’ordine, accusato di confezionare dossier su commissione. Insomma, un pezzo da novanta dei servizi segreti italiani che, a quanto pare, si era messo in proprio per offrire informazioni e dossier, anche taroccati, su commissione: materiale sempre buono per tutti gli usi, leciti oppure illeciti. Una vicenda che fa il paio con un’altra, di tipologia simile, emersa lo scorso anno, che vide coinvolto il giudice antimafia Antonio Laudati, indagato a Perugia per il mancato controllo sugli accessi abusivi ai sistemi informatici ed alle banche dati degli stessi servizi segreti, operati dal maresciallo della guardia di finanza Pasquale Striano. Per dirla tutta: nel Belpaese c’è spesso chi traffica e maneggia dati e informazioni riservate per farne un uso lucrativo, se non per screditare, condizionare o ricattare persone note oppure collocate ai vertici di aziende, enti e istituzioni pubbliche. E tuttavia viviamo in una nazione nella quale risuonano spesso le trombe degli “allarmi democratici”, a cui danno fiato, con frequenza, i custodi dell’ortodossia politico-istituzionale e della pubblica morale. Argomento, quest’ultimo, del quale si è fatto uso e abuso politico, soprattutto a sinistra, dove occhiuti censori sono dediti ad elevare tutte le vicende private a discrimine politico. In soldoni, mentre si origlia o si spia dal buco della serratura delle camere da letto di personaggi noti e influenti della vita politica o sociale, ci si distrae, si trascurano o si sottacciono vicende ben più serie e pericolose per la vita democratica del Paese. Una prima spiegazione di questo contraddittorio stato di cose risiede nell’uso che si fa degli “allarmi democratici” e del moralismo pruriginoso, oltre che dell’esasperata invocazione della trasparenza per i personaggi pubblici. Un’abitudine mutuata dalla sensibilità del mondo anglosassone: l’uso di argomentazioni riguardanti la vita privata al fine di procurare discredito all’avversario o al competitor di turno in ogni campo di attività. Una seconda spiegazione la si può trarre dal vizio tutto italiano di sfoderare una robusta e immarcescibile doppia morale: la vocazione a utilizzare l’etica a geometria variabile a seconda dei casi, come dimostra la vicenda che ha riguardato i ministri Sangiuliano e Piantedosi. Le accuse a Del Deo sono pesanti: peculato in concorso e accesso abusivo a sistemi informatici. Con lui risulta indagato anche Carmine Saladino, presidente della società Sind, attiva nello sviluppo di soluzioni software e hardware, specializzata in riconoscimento biometrico e fornitrice di tecnologie alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In parole povere, chi doveva custodire i dati sensibili nei propri apparati telematici e fornire chiavi di protezione e accessi selezionati, si sarebbe colluso con chi quel complesso di informazioni doveva proteggere dalle intrusioni. Secondo quanto ricostruito dal Ros, sarebbero stati sottratti fondi dell’AISI per diversi milioni di euro, destinati a pagare un contratto di fornitura mai eseguito. Una truffa di circa 7-8 milioni di euro, verificatasi quando Del Deo era a capo del reparto economico-finanziario dell’Agenzia, a riprova del fatto che i servizi godono di una quantità cospicua di fondi statali che non subiscono controlli né verifiche, perché si confonde la necessaria segretezza con l’utilizzo incontrollato delle risorse. Nell’indagine è stato conivolto anche il generale Luigi De Lisi, finito nel mirino degli inquirenti per aver acquistato apparecchiature da 6.000 euro per effettuare “bonifiche”, pur svolgendo nel frattempo attività da investigatore privato. L’inchiesta ha investito pure la Cassa Depositi e Prestiti, che avrebbe liquidato, tramite una propria società, fatture gonfiate per oltre 40 milioni di euro nel conto economico 2023, consentendo l’ottenimento di circa 8 milioni non dovuti. Un intreccio di potere e denaro degno di maggiore attenzione ma che, non interessando esponenti politici di centrodestra né sbirciando sotto le loro lenzuola, finisce per suscitare scarso interesse nei professionisti dell’allarme democratico.
*già parlamentare*



















