– di Vincenzo D’Anna* –
Non è raro, nell’esistenza degli uomini, che le intenzioni poste a base di specifici progetti e delle azioni intraprese per realizzarli finiscano per produrre esiti contrari a quelli che ci si proponeva. Insomma, che la biscia si ribelli al ciarlatano che intendeva farne oggetto dello spettacolo che estemporaneamente propone agli avventori per carpirne la meraviglia e, quindi, l’elargizione di un compenso in favore del più classico dei cosiddetti artisti di strada che, un tempo, si esibivano in fiere e mercati. In parole povere, che gli esiti risultino opposti ai propositi ipotizzati. Non fanno eccezione le azioni poste in essere per scopi di natura politica, allorquando talune iniziative sono surrettiziamente volte a creare discredito all’immagine di un determinato protagonista, in genere un avversario, della vita pubblica. In questi casi si tende a colpire persone note e autorevoli, affinché ne venga offuscato il prestigio, l’immagine e talvolta anche l’onorabilità, intesa come l’insieme degli attributi civici e morali che una comunità riconosce a un individuo. È proprio per colpire determinati protagonisti della vita politica che agisce una certa stampa di parte, quella che fa da mosca cocchiera a uno specifico schieramento e viene utilizzata per delegittimare oppure oscurare personalità di avversa collocazione. Una funzione para-politica che giornalisti e giornali esercitano a piene mani nel Belpaese, identificandosi più come soggetti attivi nella lotta politica che come obiettive e neutrali fonti di notizie e opinioni. La palma del primato, per questa particolare inclinazione, spetta al giornale fondato e diretto da Marco Travaglio, nato, pasciuto e cresciuto come gazzettiere delle Procure della Repubblica, che ne hanno fatto il depositario di segreti istruttori e di veline nella lunga guerra,
tuttora in corso, tra un certo ordine giudiziario politicizzato e la classe politico-parlamentare. Già altezzoso, saccente e velenoso per natura, il direttore del Fatto Quotidiano da anni si ritaglia il ruolo di custode della pubblica morale, spesso vestendo i panni della “demi-vierge”, ossia di chi monitora e tutela la verginità etica solo in metà campo politico, quello avverso alla propria linea editoriale. L’ultimo scoop patrocinato da quel giornale, con il consueto intento di gettare discredito sul governo, riguarda la grazia concessa dal Presidente della Repubblica a Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia, divenuta nota prima per la cronaca politica e poi per quella giudiziaria quale protagonista del cosiddetto “bunga bunga” durante le feste organizzate dal Cavaliere Berlusconi. Quest’ultimo, peraltro, è stato assolto dalla Cassazione dalle varie ipotesi di reato che gli inquirenti avevano ipotizzato per quelle vicende, divenute così la pietra dello scandalo nella narrazione costruita contro l’ex presidente del Consiglio. Fu quella l’epoca in cui, non potendolo battere elettoralmente, la sinistra fece largo uso di scandalismo e moralismo, oltre che del sostegno di una magistratura ritenuta politicamente affine, per travolgere e screditare l’immagine di Berlusconi con ogni mezzo possibile. Una sinistra per la quale oggi non desta più scandalo nulla sul piano delle costumanze morali, della fluidità dei generi e dei gusti sessuali, delle famiglie queer e delle teorie gender, ma che diventa improvvisamente bacchettona e rancorosa nei confronti delle protagoniste del “bunga bunga”. Insomma, tutto va bene in nome del politicamente corretto e di una nuova etica pubblica “emancipante”, ma Nicole Minetti resta, nell’immaginario di Travaglio & C., una reietta a vita. Al di là dell’ipocrisia di un simile doppio standard morale, evidente nella sua funzione di delegittimazione politica, lo scoop contro la grazia concessa alla Minetti mira in realtà a colpire il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Tuttavia, questa volta, nel tentativo, si realizza un clamoroso autogol: il “fuoco amico” finisce per colpire Sergio Mattarella, o meglio la figura stessa del Capo dello Stato. È infatti il Quirinale ad avere l’ultima parola sulla concessione della grazia, non più il ministro, che ha perso tale prerogativa con le riforme intervenute nel tempo. Presso la Presidenza della Repubblica è istituito un apposito ufficio, retto da un magistrato, che verifica la sussistenza dei requisiti per concedere la grazia a chi ne faccia richiesta. Nel caso Minetti, l’istruttoria è stata svolta presso la Corte d’Appello di Milano. Insomma, stavolta la biscia velenosa ha morso il bersaglio sbagliato, finendo per intaccare proprio quel santino immacolato che una certa sinistra attribuisce alla figura dell’attuale Capo dello Stato, un tempo discepolo di Ciriaco De Mita e ben addentro alle pastoie politiche. Cose che capitano ai ciarlatani.



















