
– di Vincenzo D’Anna* –
Volendola prendere alla larga, dovremmo introdurre questo editoriale con una precisazione erudita: quella che distingue tra simboli e significati. I primi sono ormai l’elemento distintivo della società nella quale viviamo. Tutto, oggi, è ricondotto a simboli, icone, loghi che, da tablet e computer, ci indicano cosa fare ma non ne spiegano il significato, la ragione sottesa. Per questo, molto spesso, facciamo ciò che ci viene richiesto simbolicamente senza capire preventivamente perché farlo oppure se sia razionale farlo. È certamente un metodo intuitivo, sollecitato dalla velocità dell’agire e dell’interagire con altre persone ed entità: non c’è tempo per domandarsi quale significato abbia ciò che facciamo induttivamente. Ci siamo abituati alle icone grafiche, a una parvenza di ragionamento anche ridotto al minimo; ci affidiamo a coloro che, con la simbologia, ci indirizzano a fare e scegliere. Un’esistenza fatta di sensazioni epidermiche, scarsamente introitate attraverso la riflessione, come se ogni pratica non presupponesse un’adeguata teoria. Così accade con le notizie, che ci travolgono come un fiume in piena e non ci lasciano scampo, né ci consentono di decidere se ci interessi acquisirle come utili e opportune. Si aggiunga, come aggravante, la scarsa conoscenza delle parole, l’uso appropriato dei vocaboli, l’esatto significato dei medesimi e quindi la reale comprensione dei testi che scorrono sotto i nostri occhi. In questo esasperante disagio cognitivo ci accontentiamo dei simboli anche senza acquisirne il significato. Se la comunicazione è l’anima dell’interazione umana, anche il messaggio politico deve giungere al cittadino per essere efficace e produttivo di consenso, nei termini più diffusi. E allora il simbolo diventa più importante del significato e prevale il messaggio simbolico su quello fondato sulla cognizione di causa. Come per le cose, anche per le persone accade lo stesso: laddove manchi il costrutto di un adeguato ragionamento che porti a un’adesione consapevole, il simbolo vi supplisce. Ci sono dunque individui che assurgono a simbolo di qualcosa e vengono riconosciuti per mera induzione identitaria. La Sinistra ha fatto, e tuttora fa, largo uso di simboli e di personaggi divenuti tali, presentati come la rappresentazione vivente di un’idea o di uno specifico modo di agire. Un esempio semplice può venire dal considerare Falcone e Borsellino come eroi e martiri della lotta alla mafia, così come alcuni politici sono ritenuti simboli di determinati modi di essere e di pensare. Soprattutto a Sinistra si ricorre a figure emblematiche, spesso pescate all’estero, come termine di paragone o punto di riferimento per la politica nostrana. Queste persone diventano icone viventi di un determinato modello politico o sociale. Non è raro che ci si innamori delle qualità di un leader straniero: negli ultimi lustri hanno fatto scuola le icone dell’americano Barack Obama, dell’inglese Tony Blair, del greco Alexis Tsipras e dello spagnolo Pedro Sánchez. È su quest’ultimo che si sono appuntati elogi e riferimenti della Sinistra italiana, per essersi distinto in politica estera nelle vicende della guerra in Ucraina, di quella in Palestina e, infine, in Iran. Parimenti apprezzati i suoi distinguo rispetto alla politica europea di Ursula von der Leyen: il riarmo del continente, la gestione dei migranti, il sostegno alla causa palestinese. Insomma, il socialista Sánchez è assurto a paradigma di una politica in forte antitesi con quella delle destre europee e, dunque, con quella di Giorgia Meloni. Una posizione che in molti punti coincideva con quella delle opposizioni nostrane. Quale miglior viatico per farne l’ennesima icona progressista, che però, come spesso accade, si rivela alla prova dei fatti farlocca, nel senso che finisce col mutare o venir meno? Si scopre, infatti, che sui migranti Sánchez apre in Mauritania un centro per smistare i clandestini; aumenta in modo consistente le spese per armamenti; invia navi, come altri Paesi europei, a Cipro per difendere i confini dell’Unione; presenta un bilancio con deficit in crescita; riapre alle politiche energetiche fondate anche sul nucleare; si approvvigiona di gas russo con intese separate, analogamente a quanto fatto dall’Ungheria di Orbán, sottraendosi alle direttive unitarie europee. Insomma, all’atto pratico, l’agire del leader iberico si trasfigura in una governance che finisce per sovrapporsi a quella tanto deprecata di casa nostra. Ancora una volta, la triade Conte, Schlein e Fratoianni è costretta ad abbozzare dinanzi a un’icona rivelatasi, nei fatti, farlocca.
*già parlamentare



















