– di Vincenzo D’Anna* –
Non so quanti abbiano avuto modo di ascoltare le dichiarazioni rese dai rappresentanti delle maggiori organizzazioni sindacali italiane in occasione della festa dei lavoratori del Primo Maggio. Tra quelle diffuse, molte si possono archiviare come consuete, per non dire di banale circostanza: sono le parole pronunciate dai segretari generali della “triplice” CGIL, Cisl e UIL e da quei sindacati autonomi più aggressivi che continuano a cavalcare, con disinvoltura e pervicacia, il vecchio modello di scontro sociale tra capitale e lavoro. Insomma, chi più chi meno resta ancorato alla cultura marxiana del plusvalore, a una idiosincrasia congenita verso il libero mercato concorrenziale, abbarbicata alle logiche pauperistico-assistenziali dello statalismo. Far impresa, produrre lavoro e ricchezza in una nazione che considera intoccabile una Magna Carta costituzionale che subordina la libera iniziativa privata al raggiungimento di “finalità sociali”, non è né facile né agevole. E tuttavia l’innata inventiva e l’ingegnosità della rete delle piccole e medie imprese artigianali e manifatturiere hanno comunque generato un tessuto industriale diffuso, seppur ai margini delle grandi imprese partecipate dallo Stato, sostenute con denaro pubblico e assistite nel ripiano dei debiti che producono. Un pachiderma pubblico composto da circa diecimila aziende partecipate e da decine di migliaia di componenti dei CdA che le governano: un esercito di burocrati dotati di lauti appannaggi e benefit. Nel frattempo, la demagogica ipocrisia di buona parte della classe politica nostrana — grillini in testa — ha ritenuto pleonastico e dispendioso il numero di 900 parlamentari, riducendolo di un terzo, senza però incidere sui dirigenti dei carrozzoni statali carichi di debiti. In questo contesto prevedibile si è distinta la dichiarazione del leader della UGL, sindacato della destra politica, che ha rispolverato il tema della partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa, vecchio cavallo di battaglia tanto del pensiero vetero quanto di quello post-fascista. A prima vista potrebbe sembrare un ritorno al passato nella visione economica della destra, che a Fiuggi aveva imboccato la strada dell’interclassismo. Erano i tempi in cui il MSI-DN si trasformava in Alleanza Nazionale, con alla guida Gianfranco Fini, con Mario Baldassarri come economista di riferimento e Domenico Fisichella come ideologo, sotto l’abile regia di Pinuccio Tatarella. A ben vedere, però, non si tratta di un rigurgito nostalgico, bensì del tentativo di imprimere un nuovo indirizzo alla visione economica della destra di governo, che con Giorgia Meloni appare ancora incerta sul terreno del riformismo economico. Uno scossone che potrebbe liberarla dalle sabbie mobili di una gestione dell’economia del Paese non troppo diversa da quella dei predecessori, segnata dalla persistenza dello statalismo e dall’uso della leva della spesa pubblica in deficit. Una possibile svolta verso una destra conservatrice, liberale ed europeista. La compartecipazione agli utili d’impresa, tuttavia, se utilizzata come vecchio arnese ideologico, oggi non trova né solido fondamento né reale utilità. L’idea stessa non è un’eredità fascista, bensì una teoria economica tutt’altro che nuova: risale infatti a circa due secoli fa e trova origine nel pensiero di Charles Fourier, che nella sua “falange” ipotizzava una ripartizione degli utili tra operai, capitalisti e dirigenti secondo il rapporto 5/12, 4/12, 3/12. In sostanza, uno dei primi schemi di profit sharing. Il concetto fu ripreso anche da un grande economista “socialista liberale” come John Stuart Mill, che nel 1848, nel trattato “Principles of Political Economy”, sostenne come la compartecipazione potesse attenuare il conflitto tra capitale e lavoro: quando il lavoratore partecipa agli utili, l’interesse dell’impresa diventa anche il suo, e vengono meno atteggiamenti ostili o sabotatori. Queste teorie sono rimaste a lungo marginali, perché il capitalismo ha preferito fondarsi sul binomio salario fisso per i lavoratori e potere decisionale per gli imprenditori. Oggi, però, il quadro è profondamente mutato. Nella produzione di beni e servizi prevalgono sempre più l’automazione e il contributo delle nuove tecnologie: robotica e intelligenza artificiale ne sono esempi evidenti. Si afferma così l’economia della conoscenza. In un’azienda high tech, l’elemento creativo assume un valore determinante, e tale valore è prodotto dal capitale umano, dal cervello dei dipendenti oltre che da quello dell’imprenditore. Da questa nuova rivoluzione industriale nasce l’esigenza di superare il semplice salario fisso. Se grandi aziende come Google, Microsoft e OpenAI riconoscono forme di equity o stock option ai propri collaboratori, ciò significa qualcosa. Ma siamo davvero pronti a superare le vecchie lamentazioni degli idolatri dello Stato e dell’economia pianificata?
*già parlamentare



















