Il film d’azione per eccellenza: I Sette Samurai. Ogni personaggio è straordinariamente ben delineato; ognuno ha il proprio arco narrativo, il proprio ruolo fondamentale nella lenta progressione del film verso il suo drammatico finale. Akira Kurosawa ha costruito il film con una maestria eccezionale; ogni singola inquadratura, ogni sequenza d’azione, è composta in modo squisito; eppure nulla appare forzato o fuori luogo all’interno del tessuto complessivo dell’opera. Tutto è splendidamente concepito e a fuoco, sia letteralmente che figurativamente.

Guardando I sette samurai è già possibile riconoscere gli elementi tipici del genere individuabili in innumerevoli film epigoni realizzati a partire dal 1954. Le scene del provino, in cui diversi samurai vengono reclutati per il difficile compito di difendere un villaggio agricolo da una banda di banditi, risultano particolarmente familiari, così come quelle che mostrano i samurai addestrare gli umili abitanti del villaggio al combattimento e all’uso delle armi. In effetti, il tema del gruppo di esperti che si schiera dalla parte degli emarginati è diventato un cliché del cinema d’azione, con elementi che riecheggiano nel western americano e nei suoi derivati.

Ma ciò che spicca davvero sono i personaggi. Spaziano da figure di spicco a giovani pieni di speranza, da guerrieri stoici a briganti indisciplinati. Kurosawa trova persino spazio per una storia d’amore giovanile, per non parlare del variegato gruppo di abitanti poveri e oppressi che ritrae all’interno del villaggio. Non c’è quindi da stupirsi che i banditi nemici siano praticamente senza volto: c’è così tanto conflitto e passione all’interno del gruppo dei protagonisti che i cattivi non hanno bisogno di essere altro che una vaga minaccia.

In tutto ciò, Kurosawa non dimentica mai chi sono queste persone e qual è la loro posizione l’una rispetto all’altra. Ovviamente, i samurai sono, per la maggior parte, samurai, mentre gli abitanti del villaggio sono semplici contadini, privi persino dei fondi necessari per pagare i loro nobili difensori. Kurosawa illustra abilmente queste differenze di classe mostrando un contadino che teme terribilmente per l’onore della figlia, che sospetta possa essere sedotta dalla ricchezza dei samurai; o anche presentando un samurai che non è affatto un samurai, ma semplicemente un contadino il cui villaggio agricolo, in gioventù, fu distrutto da guerrieri predoni. Il film avvolge così un ritratto di conflitto di classe in un manto di solidarietà. I samurai si uniscono per difendere i poveri contadini, ma il finale non è esattamente felice per loro. Né i contadini sono del tutto onorevoli. Scopriamo, ad esempio, che in passato hanno ucciso samurai sconfitti e saccheggiato i loro corpi, e verso la fine del film diventa evidente che le loro affermazioni di povertà forse non sono così veritiere come sembravano inizialmente.

Allora perché i samurai li difendono con tanto coraggio? Per onore? Per amore dell’avventura? La risposta a questa domanda è lasciata volutamente vaga; sta a ogni spettatore trarne le proprie conclusioni. È merito del film porci tali interrogativi senza mai far apparire inverosimili le motivazioni dei personaggi.



















