
– di Vincenzo D’Anna –
Il giudizio è pressoché unanime: Donald Trump avrebbe sprecato tempo e denaro dichiarando, insieme a Israele, guerra agli Ayatollah. Eppure, a ben vedere, la vicenda andrebbe giudicata con maggiore prudenza. Nel Belpaese è ormai caratteristica costante che la polemica politica abbia assoluta precedenza sui fatti reali e che le diatribe tra governo e opposizioni di sinistra siano del tutto estranee agli accadimenti concreti. Buona parte dei ragionamenti sulla guerra in Medio Oriente si esaurisce infatti nella critica al brusco e bizzoso modo di agire del tycoon e alla presunta subalternità di Giorgia Meloni ai voleri del presidente americano, nonché alla supposta mancanza di autonomia del governo italiano nei confronti dell’establishment statunitense. Lo stesso vale per i rapporti con il governo di Benjamin Netanyahu, descritto come un feroce guerrafondaio e autore di un barbaro genocidio del popolo palestinese. Tuttavia, se esaminate senza pregiudizi né stereotipi, le cose assumono ben altra dimensione e consistenza politica. In generale la vecchia Europa, imbelle per vocazione e disarmata per scelta, è tutta intenta a valutare gli eventi in base alle ricadute economiche della guerra in quell’area geografica: il prezzo del petrolio, delle merci e dell’energia. In parole povere, ciò che reclama l’assoluta attenzione del mondo politico e dell’informazione di massa è il conseguente aumento delle bollette energetiche e dei carburanti. Un aggravio delle difficoltà per le famiglie, accentuato anche dai problemi di transito delle merci nello stretto di Hormuz. Più che interrogarsi sulle cause che hanno scatenato la guerra e sugli esiti militari e geopolitici della medesima, ci si preoccupa dunque delle conseguenze economiche, che diventano a loro volta materia di quotidiana polemica politica nazionale. L’avvicinarsi delle elezioni ha già messo in moto la macchina della propaganda che, dalle nostre parti, si alimenta di luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi, icone farlocche e scandali veri o presunti. Un armamentario polemico che utilizza frequentemente il pacifismo ad oltranza: quello dei profeti disarmati, di coloro che professano fede in un mondo dal quale andrebbero bandite la forza militare e la potenza delle nazioni poste a tutela dei propri interessi economici e commerciali, a cominciare da Stati Uniti e Cina, che se ne contendono il primato. Indossate le candide vesti di un ecumenismo fraterno e solidale, i chierici della pace perpetua non hanno più interesse a guardare in faccia la realtà, a esaminare ragioni e cause dei conflitti, né a fare i conti con la storia politica che ha determinato gli eventi bellici. Così, buona parte dell’opinione pubblica e della stessa classe politica nostrana si affida alla mala fede delle polemiche artificiose e delle tesi manichee, aggiungendovi l’ipocrisia di chi crede di potersi collocare in una dimensione metafisica, che non ha né agganci né rapporti con la realtà concreta del mondo. Se così non fosse, ci si accorgerebbe che, per quanto esecrabile sia l’uso della forza e tragici gli eventi che ne derivano, essa resta pur sempre la “levatrice della storia”, secondo la celebre definizione marxiana. In altre parole, nel gioco degli interessi internazionali sono spesso gli atti di forza a recidere l’inestricabile nodo gordiano delle contrapposte esigenze degli Stati. Da oltre mezzo secolo Israele subisce l’aggressione di nemici che vorrebbero cancellarlo dalla carta geografica: nemici fomentati, finanziati e armati dal regime teocratico degli Ayatollah iraniani. È altrettanto evidente che l’arsenale accumulato da Teheran fosse di vastissime dimensioni e che l’acquisizione dell’arma nucleare avrebbe consentito ai sacerdoti del regime non solo di annientare gli ebrei, ma anche buona parte del mondo arabo moderato, estraneo ai dettami della jihad islamica e della guerra santa contro l’Occidente e i suoi “corrotti” stili di vita. Su quel muro di fideismo fanatico si sono infranti tutti i tentativi di trovare un modus vivendi tra popoli e religioni diverse. Che cosa restava dunque da fare per porre termine a quello stillicidio di aggressioni perpetrate dai gruppi armati sostenuti da Teheran, se non eradicare le cause stesse del conflitto? Ci si accorgerebbe infine che la Palestina è stata liberata dal dominio di Hamas e che a Teheran l’eliminazione della nomenclatura iraniana ha determinato un cambio di regime e di potere che non si vede, ma esiste ed opera. I militari hanno esautorato i Mullah e il potere è ormai nelle loro mani: circostanza che lascia sperare come, senza la cecità del fideismo religioso, si possa finalmente trovare una soluzione pacifica.
*già parlamentare



















