Nicola Cosentino e la mala giustizia

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  – di Vincenzo D’Anna

 

La vicenda giudiziaria dell’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino potrebbe rappresentare un esempio da manuale per illustrare agli italiani quanto tuttora imperversi il fenomeno della mala giustizia nel Belpaese. Una storia emblematica, lunga e tormentata, che attraversa oltre un ventennio di vita pubblica italiana e che, insieme a quella di Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, costituisce un eloquente combinato disposto capace di documentare quanto sia reale e fattuale l’uso della giustizia asservita al raggiungimento di finalità politiche più che alla repressione dei reati e all’eradicazione della mala pianta della connivenza tra politica, potere e ambienti malavitosi. L’esame degli accadimenti che riguardano questi due protagonisti dello scontro tra politica e magistratura è ancor più eloquente e ci ammonisce, ancora una volta, sulla necessità di riformare il sistema giudiziario e di separare i diversi ambiti di esercizio del potere: quello politico da quello della giurisdizione. In uno Stato di diritto moderno non può esistere un potere che condizioni l’altro, né tantomeno che lo sostituisca. Eppure, negli ultimi decenni, il confine tra azione giudiziaria e lotta politica è apparso sempre più labile, sino a diventare, in alcuni casi, indistinguibile. Su Luca Palamara, dopo lo scalpore iniziale dovuto alla clamorosa dimostrazione dell’esistenza di un sistema di favori e collusioni politiche che si spartisce, per meriti e vicinanze di partito, gli incarichi di vertice nelle Procure della Repubblica, è calato rapidamente l’oblio. I protagonisti della vicenda sono stati, di fatto, “graziati”, avendo i vertici della magistratura ritenuto quelle intese semplici e cordiali scambi di cortesie. Così i beneficiari di quelle camarille sono ancora oggi ai vertici e dirigono importanti istituzioni giudiziarie. Nessuna gogna permanente, nessuna damnatio memoriae, nessuna campagna moralizzatrice quotidiana sui giornali. Cosa ben diversa per i politici, nei confronti dei quali la Sinistra, sodale dei magistrati collusi, ha addirittura legiferato sul cosiddetto “traffico di influenze”, ossia su qualsivoglia interazione tra un amministratore o un impiegato pubblico ed un cittadino che ad esso si rivolga, facendo incombere il sospetto che possa consumarsi un reato capace di favorire richiedente. Inoltre si resta ancora in attesa di conoscere buona parte delle registrazioni di quelle riunioni con Palamara e che a quanto pare non sembrano sollecitare neanche la curiosità dei giornali e dei giornalisti che si occupano di moralità pubblica, soprattutto sul versante politico ad essi avverso. Aliquando Travaglio oppure Ranucci dormitat. Eppure sarebbe interessante ascoltare i colloqui intercorsi in quella sorta di agape fraterna tra magistrati e politici, alla presenza di Giuseppe Pignatone, già procuratore capo della Repubblica di Roma, recentemente coinvolto nella vicenda “Affari Mafia” scoppiata in Sicilia. Tuttavia Palamara ha scritto ben due libri nei quali ha descritto, puntualmente e con dovizia di particolari, le plurime vicende di traffico di influenze e spartizioni interne alla magistratura, ricavandone anche un legittimo ed adeguato guadagno in royalty. Non così Nicola Cosentino, che ha preferito, purtroppo, mantenere un profilo basso. Si è affidato ai processi senza clamore e senza rivelazioni librarie: un errore madornale in un contesto nel quale lo strepito della stampa, la gogna mediatica ed il vilipendio diffuso attraverso i social creano intorno ai personaggi aloni mistici negativi, pregiudizievole disinformazione e sentenze inappellabili ben oltre quelle emesse nei tribunali. Cosentino ha commesso un grave errore: quello di difendersi solo nelle aule giudiziarie, di ritenere che a suo carico vi fossero accuse confutabili e giudici imparziali, non immaginando di avere di fronte chi aveva l’interesse a ritenerlo, apoditticamente, un camorrista. E non poteva non esserlo, secondo tale teorema, sia per i natali in quel di Casal di Principe sia perché, in breve tempo, aveva smantellato il sistema di potere del centrosinistra che imperava con Bassolino, De Luca, Iervolino e De Mita, conquistando progressivamente le amministrazioni provinciali, i grandi Comuni, la Regione Campania e portando il PdL al 51% dei consensi alle elezioni politiche del 2008, con quasi sessanta parlamentari eletti in Campania. Un successo di tale portata, in taluni ambienti, era ritenuto intollerabile se non ontologicamente fondato su collusioni tra mala vita e centrodestra. Bisognava eliminarlo per altra strada e ci vollero ben sette pentiti che, solo “de relato”, ossia per sentito dire, poterono accusarlo. Uno di essi era addirittura detenuto nel periodo in cui sosteneva di aver consegnato personalmente una tangente a Cosentino. Sarebbe bastato questo per travolgere l’impianto accusatorio e per sanzionare severamente chi ne aveva avallato la credibilità senza neppure un preventivo controllo. Tutti, in seguito, ritrattarono. Ma si doveva pur condannarlo: la magistratura si era troppo esposta a livello nazionale nella vicenda. Ed allora si torna indietro fino al 1995 per sostenere che, nelle elezioni provinciali di Caserta, perse da Cosentino, egli avrebbe ricevuto voti dalla camorra. Cadono, in due distinti processi, le infamanti accuse di essere un camorrista, ma compare il famigerato “concorso esterno”, reato immaginario non previsto dal codice penale, e la Cassazione condanna Cosentino a dieci anni di carcere senza che sia mai stata dimostrata una concreta violazione di legge o una fattispecie specifica di favoreggiamento criminale. Un prigioniero politico condannato per la semplice “messa a disposizione”, ossia per la conoscenza di determinati ambienti. Eppure Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione Sicilia, viene assolto proprio perché la sola “messa a disposizione” non basta: occorre dimostrare cosa sia concretamente intercorso tra politico e malavitosi. E tuttavia il calvario non finisce. A Cosentino tocca, come a qualunque detenuto, lo sconto di pena. Ma la Procura si oppone perché, a suo dire, egli conserverebbe una “potenzialità criminogena”. Insomma, potrebbe rientrare in politica. È lecito domandarsi, allora, chi abbia ancora paura di Nicola Cosentino i magistrati con la coscienza sporca oppure i mandanti politici? .

 

*già parlamentare