“SOLARIS”: UNA PIANETA, TRE OPERE

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-Di Ciro Scognamiglio-

Nel 1961 un poco noto scrittore di fantascienza polacco, Stanisław Lem (1921-2006), destinato a diventare uno dei più influenti “futurologi futuristi” della letteratura contemporanea, inizia la sua speculazione filosofica con un’opera che avrà molta fortuna specialmente nelle altre arti: Solaris. Poco c’è da commentare su un romanzo che ha iniziato un nuovo sottogenere narrativo e che contiene tutti i temi con cui Lem attaccherà in tutta la sua produzione il positivismo astro-scientifico a lui contemporaneo e ancora oggi materia di dibattito: bioetica, antropocentrismo scientifico, epistemologia e psicoanalisi.

Poster del 1972 divenuto copertina dell’attuale edizione Sellero del libro

La trama originale segue Chris Kelvin, uno psicologo mandato in missione sulla stazione orbitante il pianeta oceanico Solaris per indagare i misteriosi eventi che stanno minando l’equipaggio, ormai ridotto a soli due membri: il cibernetico Snaut e il chimico Sartorius. Basterà poco tempo a Kelvin per comprendere quindi il problema: in seguito a un esperimento sul mare senziente di Solaris dei “visitatori” hanno cominciato a far visita all’equipaggio; nel caso di Kelvin sarà sua moglie morta anni addietro suicida, Harey.Un first-contact che tramite una messa in crisi delle categorie scientifiche porta alla riflessione personale e psicologica.

Il “Mare” di Solaris nel film di Tarkovskij

Per quanto sia oggigiorno innegabile quanto Solaris sia un capolavoro della letteratura contemporanea è altresì innegabile che la sua fama sia dovuta, almeno prima del ventunesimo secolo, alla grande fortuna che la storia di Chris Kelvin ha riscontrato nella settima arte ricevendo ben due adattamenti cinematografici.

Primo e più celebre è indubbiamente l’omonimo film di Andrej Tarkovskij del 1972. All’uscita il film fù aspramente criticato da Lem che vedeva nella trasposizione una completa rimozione di tutti quei approfondimenti sul pianeta e sulla solaristica (scienza fittizia che si occupa dello studio dei fenomeni del pianeta Solaris) a cui aveva dedicato corposi capitoli e che costituivano uno dei nuclei tematici principali dell’opera. Pur con questa “dimenticanza” Solaris di Tarkovskij è uno dei migliori film fantascientifici di tutti i tempi.

Spesso criticato per la sua cospicua lunghezza appesantita da un pacing molto lento e da sequenze all’apparenza interminabili e inutili; tanto da venir rilasciato in diversi cut con l’intento di accorciarne la durata (nel più diffuso è tagliato l’intero primo atto della storia). Ciò che spesso sfugge è che tutto all’interno del film è pensato per essere volutamente lento allo scopo, tanto oggigiorno ripudiato, di indurre lo spettatore a riflettere con una partecipazione attiva.

La visione di Solaris è infatti un vero e proprio sforzo, un esercizio che si compie ma che alla fine rimane allo spettatore in qualità di esperienza. Tutto il film è “ingegnerizzato” con lo scopo di far riflettere sui temi proposti: senso di colpa, abbandono, incomunicabilità, in una storia di per sè lineare tranne il finale completamente aperto ad interpretazioni personali.

Ben meno fedele all’opera originale ma paradossalmente apprezzato di più dallo stesso autore è il remake omonimo del 2002 di Steven Soderbergh. Film che all’epoca riscontrò un discreto successo al botteghino soprattutto per George Clooney che interpreta il nostro solito protagonista.

Il film reinterpreta molti degli aspetti fondamentali dell’opera originale oltre che cambiare il nome di tutti i personaggi al di fuori di Kelvin in un atto (a parer mio) di estrema banalizzazione concettuale. Tutte le idee dello scritto di Lem vengono qui semplificate fino a rendere l’opera una semplice storia d’amore nello spazio con una marginale riflessione sul senso di colpa e sull’abbandono. Certamente più fruibile del capolavoro polacco può essere un buon primo approccio più leggero a cui far seguire un vero e proprio approfondimento.

Inoltre ho davvero poco sopportato le interpretazioni del cast a partire dallo stesso Clooney che non mostra un minimo di impegno per il ruolo perfettamente visibile invece nel protagonista del film di Tarkovskij. Altresì debole è Natascha McElhone (a sua discolpa raramente l’ho sopportata).

In chiusura non posso far altro che consigliare nuovamente di avvicinarsi in qualunque modo all’opera rivoluzionaria che è stata Solaris, preferendo il libro come primo approccio pur riconoscendo l’assoluto capolavoro artistico del film di Andrej Tarkovskij e il molto più mediocre ma pur sempre fruibile remake di Steven Soderbergh.