ARTE, COLORE, CINEMA

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-Di Ciro Scognamiglio-

Talvolta può capitare di incontrare film, opere che non hanno nulla di speciale in nessun senso, film mediocri per eccellenza che eppure in qualche modo ti rimangono addosso, spesso per ragioni ignote tanto a noi in primis quanto agli stessi autori. Non sono riuscito a spiegarmi inizialmente infatti perché un film tanto mediocre e anonimo come Words Bubble Up Like Soda Pop di Kyôhei Ishiguro sia riuscito a imprimersi nella mia memoria. Un film d’animazione nipponico del 2020 apparso in home page casualmente come tanti che sarebbe potuto tranquillamente scomparire nella marea di film che settimanalmente consumo, specialmente per un appassionato di animazione qual che sono.

Una trama estremamente banale che si pone l’obiettivo assai arduo di trattare temi come l’adolescenza e la difficoltà di comunicare in tale età portata avanti con dialoghi scritti in maniera sbrigativa. Neanche il character design si salva ma allora perché mi ha così colpito? La risposta a questo quesito che per 24 ore mi ha assillato è in realtà tanto banale quanto efficace: i colori.

Se c’è infatti una singola caratteristica che rende degno di memoria quest’opera è la sua carica artistica. In un’industria colma ormai di effetti generati interamente al computer e quindi naturalmente privi di un’originalità propria dell’arte, vedere un’opera che si contraddistingua per scelte di disegno non convenzionali è già un pregio, se poi viene associata una palette cromatica dalle tinte pastello allora sono personalmente rapito dall’opera.

Sfondi, nuvole, luci e case tutte tinte di colori dai toni si estivi ma malinconici (riuscendo a rispecchiare in maniera probabilmente involontaria gli stati d’animo dei personaggi) riescono davvero a far provarela vera magia del cinema: il potere di far sentire le immagini. Un’abilità certamente più accentuata nel cinema animato per la sua stessa natura e per le libertà che gli concernono ma che a mio avviso si può rintracciare più facilmente in tutto il cinema orientale (non a caso il più influenzato dall’animazione).

The Fall di Tarsem Singh

Bong Joon-ho con Parasite e le sue simmetrie ormai da manuale; Park Chan-wook con No Other Choice e la sua assoluta maestria nella gestione cromatica dell’inquadratura; Tarsem Singh con The Fall riconosciuto come capolavoro della fotografia; Akira Kurosawa con Ran, forse il più attinente di tutti gli esempi. Chiaramente i veri “maghi” del settore sono i direttori della fotografia i quali traducono praticamente su pellicola la visione del regista, passaggio che chiaramente è più raro nei film d’animazione.

Parasite di Bong Joon-ho

Chiaramente non basta una buona fotografia per la buona riuscita del “trucco”, fondamentale è anche il sonoro. Reparto che risulta ben curato nell’opera di Ishiguro (anche per la sua centralità nella trama) adoperando canzoni lowfi perfettamente in linea con l’ambiente e l’ambientazione della periferia giapponese.

Se ancora non è chiaro ciò che più apprezzo di un film è la sua capacità di colpirmi visivamente prima ancora che tematicamente. Tutto si può dire su Words Bubble Up Like Soda Pop, ma è innegabile che i suoi frame utilizzabili come quadri e le sue musiche insieme riescono a far sentire l’estate.

Il singolo frame più bello dell’opera a mio avviso