Legge elettorale, il ritorno della partitocrazia

0

  –    di Vincenzo D’Anna*

C’è sempre da temere quando un Governo propone il cambio delle regole elettorali alla vigilia delle elezioni politiche: il sospetto che intenda farlo per poterne trarre un vantaggio è più che legittimo. Per rendere evidente la questione ci soccorre un esempio: è come cambiare le regole del gioco allorquando le squadre stanno per scendere in campo; chi lo propone lo fa perché teme di perdere l’imminente partita. Ed è esattamente questa l’impressione che si ricava innanzi alla nuova proposta di legge elettorale, denominata “Stabilicum”, che la maggioranza di Centro Destra ha presentato in Parlamento. Al di là dei sospetti sulle recondite intenzioni che hanno mosso i proponenti, è bene dare uno sguardo alla proposta di legge e soppesare quale sia la sua struttura, ossia decifrare dall’ordito quale possa essere la trama che questa sottende, con le relative ricadute in termini di seggi parlamentari da assegnare. Scompare la quota di maggioritario presente nell’attuale legge elettorale (il Rosatellum) e tutti i collegi vengono assegnati col sistema proporzionale alle singole liste di partito che abbiano superato la soglia minima di sbarramento fissata tra il 3 oppure il 4 per cento. E tuttavia il sistema prevede l’assegnazione di un premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione di liste che abbia superato una percentuale che dovrebbe essere fissata tra il 42 ed il 44 per cento. Le liste sono bloccate, ossia indicate dalle segreterie dei partiti, e i seggi assegnati in ordine di posizione che il candidato ricopre nella lista: quindi niente preferenze. Salvo aggiustamenti che potrebbero essere introdotti nel corso dell’esame del progetto di legge in Parlamento, allo stato questa è la fotografia che si ricava dalla legge proposta. Le contraddizioni sono più che evidenti: si elimina la quota maggioritaria, quella dei collegi uninominali ove viene eletto il candidato della coalizione che ottiene più voti, e si prevede un proporzionale puro, ma al contempo si vuole assegnare un cospicuo premio di maggioranza di oltre cento parlamentari. Si sceglie il proporzionale per dare agli elettori la facoltà di scegliere il partito, al posto della coalizione, ma gli si nega la possibilità di esprimere la preferenza. Si eliminano i collegi uninominali previsti nel maggioritario, ma si prevede un premio di maggioranza. Quel che salta agli occhi è la vocazione tutta italica di fare ricorso ai soliti tortuosi compromessi tra due sistemi antitetici, quello proporzionale e quello maggioritario, dai quali opportunamente si traggono alcune modalità per raggiungere lo scopo. La morale di fondo, alla quale quasi tutti aderiscono, al di là della parte in commedia che recitano sul proscenio politico quelli di maggioranza e di opposizione al Governo, è che i proprietari delle ditte personalizzate, eufemisticamente denominati partiti politici, non intendono rinunciare alla potestà di scegliersi i parlamentari. In parole povere, intendono selezionare gli appartenenti ai rispettivi gruppi parlamentari al posto degli elettori, il che configura incontrovertibilmente la volontà di potersi scegliere i più fedeli e non i più capaci. Siamo innanzi alla peggiore tipologia di partitocrazia, che in effetti è il potere del leader maximo a cui è intestata la ditta partito di circondarsi perlopiù di muti astanti e cortigiani di corte. Ai simulacri di partiti politici non scalabili al loro interno, alla mancata possibilità degli iscritti a quei partiti di selezionare la classe dirigente, si aggiunge l’impossibilità per gli elettori di quei partiti di selezionare la classe parlamentare. Un siffatto sistema non può che determinare la morte della democrazia intesa come possibilità di scelta, determinare un distacco tra politica e cittadini e tra questi e le istituzioni repubblicane. Insomma, il tutto viene lasciato alle decisioni del capo e alla lotta tra opposte tifoserie, le uniche comunque determinate ad andare ai seggi elettorali perché motivate dalla sconfitta del nemico. Pare davvero paradossale che un sistema così determinato possa uscire dal pantano della difesa corporativa dell’esistente e dare vita ad una stagione di riforme. Per dirla tutta, stando ai sondaggi, il tutto si decide su un 1,5% di differenza tra le coalizioni, in più o in meno, che assegna 105 seggi!! Se non avessero cancellato la politica che presuppone la conoscenza, ricorderebbero che Luigi Sturzo riteneva il sistema proporzionale una garanzia di vera partecipazione alla vita dei partiti, ma che aborriva il premio di maggioranza, ritenendolo un’indebita forzatura, e valutava la preferenza come elemento essenziale per legare il cittadino ai partiti politici e alle istituzioni. Ma quelli erano i tempi nei quali la politica era cosa seria e ben diversa dal gioco dell’oca a cui l’hanno miseramente ridotta.

*già parlamentare