
di Vincenzo D’Anna*
Un vecchio adagio recita che sia l’abito a fare il monaco; lo stesso credo valga per le cose inanimate, come le sedi istituzionali e i palazzi ove si governa la cosa pubblica. Ancor di più se quelle istituzioni sono poste a presidio di funzioni sanitarie, ossia della parte che governa il più importante dei diritti di cui gode il cittadino: quello alla salute. Entrare in un ospedale sporco e disorganizzato credo sia il primo segno dell’inefficienza di quel nosocomio e genera dubbi anche sull’efficienza della struttura e sull’efficacia delle cure. Lo stesso capita se il visitatore si avventura presso l’Assessorato alla Sanità della Regione di appartenenza, nel nostro caso la Campania, ossia l’organismo che programma e coordina le Aziende sanitarie e ospedaliere e ne finanzia l’attività. In questo caso disordine, uffici vuoti e desolati, impiegati sottodimensionati sono il segno prognostico di cosa possa essere la sanità organizzata in questi luoghi, di come dalla penuria di risorse umane e dal competenze specifiche, possa mai emergere l’ordine e l’efficienza. I giuristi dell’antica Grecia distinguevano con due distinti termini l’ordine spontaneo (Nomos) da quello imposto con le leggi (Thesis), e chi si reca presso l’Assessorato alla Sanità al Centro Direzionale di Napoli non riesce a rintracciare né l’una né l’altra definizione per l’ordine che percepisce. Chi, suo malgrado, si avventura in questi luoghi angusti trae, fin dall’esterno, una pessima immagine: immondizia accumulata nei pressi dell’edificio istituzionale, caratteristica ormai consueta nell’orografia partenopea, ascensori rotti e quelli residuali che, una volta partiti ed arrivati al piano, necessitano di manovre particolari per poter aprire le porte, evitando di restare intrappolati. Finalmente giunti alla meta, in un ambiente poco areato e scarsamente rinfrescato, si osservano uffici per lo più vuoti che inducono alla reminiscenza dell’Eneide del poeta Virgilio: “Rari nantes in gurgite vasto”. Un manipolo di persone che dovrebbe tenere in piedi una colossale organizzazione sanitaria, costituita da una sessantina di ospedali, varie Aziende ospedaliere di rilievo nazionale (AORN), cinque Aziende sanitarie provinciali con oltre quarantamila dipendenti e una carenza in organico di altre diecimila unità. Si aggiungano la gestione e il controllo delle strutture sanitarie accreditate private, circa un migliaio, delle farmacie, delle residenze sanitarie per anziani e delle nascenti Case di comunità previste in centosessantotto unità, ed il quadro è completo. Insomma, lo e’ scoglio contro marea, un allegoria calzante, rappresentata da gente che annaspa e non ha i mezzi né il tempo e tantomeno l’organizzazione adatta per uno straccio di programmazione e controllo, al modico costo complessivo in bilancio di oltre undici miliardi di euro l’anno. Girare il coltello in questa piaga, che di recente e’ uscita dal piano di rientro dal debito, significherebbe compiere un atto di sadismo, peraltro inutile e strumentale, oltre che tragico, essendo ciascuno di noi un utente di questo caravanserraglio. E tuttavia la politica, il centrosinistra che da una dozzina di anni governa la Campania, ha pensato bene di non affidare la Sanità ad un assessore, lasciando la gatta da pelare allo sprovveduto Roberto Fico, che vaga come il Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi tra le strade di Milano sconvolte dalla sommossa popolare, incapace di comprendere pienamente il caos che lo circonda. “Conoscere per deliberare” era il vecchio motto di Luigi Einaudi e, nel caso del Presidente-assessore Fico, è esclusa la benché minima conoscenza per poter deliberare in sanità. Lo aiuta però il pregiudizio ideologico statalista, il ripetere il mantra sulla “sanità pubblica”, senza riuscire a distinguere il servizio pubblico (accessibile e gratuito per chi ne ha diritto) dalla gestione statale del medesimo. Una lacuna di base che lo induce a sproloquiare senza avere contezza di ciò che produca il comparto pubblico non statale in Campania, di quanto risparmio produca rispetto all’analoga gestione statale e senza le famigerate liste d’attesa. È certamente animato da buone intenzioni ed ancor di più eterodiretto da più scafati e scaltri “consigliori”, che continueranno a gestire con efficienza clientelare la sanità campana, mentre a Roberto Fico spunti un’improbabile aureola di santità. Vincenzo De Luca ha anch’egli spesso predicato il sublime e praticato il mediocre, ma, avendo vissuto molte stagioni politiche, aveva gli strumenti dell’affabulatore e del demagogo a sua disposizione, cosa di cui non dispone il suo successore, certo meno scaltro e navigato. Le previsioni per i prossimi anni non saranno rosee fino a quando qualche mente più lucida ed acculturata in materia non disporrà di salvare il soldato Fico dalla guerra in cui si è cacciato, con le stigmate del solidarista ma con i piedi in un pantano.
*già parlamentare



















