Autonomia differenziata, chiacchiere e distintivo

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   –    di Vincenzo D’Anna

Da tempo si parla della cosiddetta “autonomia differenziata”, ossia del trasferimento alle Regioni che ne facciano richiesta di alcune funzioni oggi attribuite allo Stato. Il trasferimento richiede una preventiva intesa con il Governo, nella quale vengono definiti natura, modalità e ambiti di esercizio delle competenze delegate. Dai banchi della maggioranza Salvini e Calderoli, quest’ultimo promotore della legge, suonano le loro trombe presentando il provvedimento come il coronamento del vecchio sogno federalista che, sul finire del secolo scorso, l’ideologo leghista Gianfranco Miglio e il fondatore della Lega Umberto Bossi annunciarono al Paese. In sostanza, a loro dire, si compie finalmente quel percorso che avrebbe dovuto liberare il Nord da “Roma ladrona”, ponendo fine allo sperpero del denaro che le regioni più ricche versavano al fondo comune e che, secondo la narrazione leghista, finiva nelle mani di amministrazioni meridionali inefficienti e spreconi. Il tutto condito dalla reviviscenza dell’antico razzismo padano. Eppure, come scriveva Orazio: “parturient montes, nascetur ridiculus mus: la montagna ha partorito un topolino”. Basta leggere le tre ulteriori funzioni trasferibili per rendersene conto: previdenza integrativa, vigilanza sulle professioni a livello regionale e protezione civile. Si tratta insomma di una legge che non cambierà affatto la vita dei cittadini. Cambieranno, semmai, i titolari della burocrazia chiamata a gestire queste materie. Peraltro, quella relativa alle professioni resta affidata agli Ordini professionali, vigilati dal ministero competente. Ma, al di là della modestia delle competenze trasferite, il nodo vero resta il denaro. Non muta il fondo nazionale di riparto tra le Regioni, né l’ammontare complessivo delle risorse, né il contributo che ciascuna versa o riceve in rapporto alla ricchezza prodotta e al gettito fiscale. Perciò quanti, sul fronte opposto, si strappano le vesti denunciando uno scippo ai danni del Mezzogiorno mentono sapendo di mentire. L’eventuale costo della gestione delle nuove funzioni sarà semplicemente detratto dalle somme che le Regioni versano allo Stato, il quale non dovrà più sostenere quelle spese. Nulla che possa incidere significativamente sull’economia generale del bilancio pubblico. Chiarito questo aspetto, vale la pena ricordare come nasce questa legge. La prima intesa fu richiesta dal Veneto e venne sottoscritta dal Governo presieduto da Paolo Gentiloni, espressione del centrosinistra. Né il successivo governo Conte, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega, la revocò o vi si oppose. Oggi, con il governo Meloni, è esplosa invece una tardiva, sospetta, resipiscenza. Dal cosiddetto “campo largo” si levano alte grida agli dèi dell’Olimpo politico contro la presunta spoliazione delle regioni meridionali. La verità è che non c’è bisogno di un novello Pier Capponi che, nel 1494, rispose alle minacce di Carlo VIII: “Voi sonerete le vostre trombe e noi soneremo le nostre campane”. La cittadella dello Stato non sarà espugnata dall’odontotecnico Calderoli, che ama accreditarsi come fine giurista e statista, né da Salvini, il quale non possiede certo un lignaggio pari a quello del sovrano francese. Così come Elly Schlein e Giuseppe Conte possono evitare di suonare le campane del campo largo. In definitiva, si discetta, si lanciano anatemi e ci si attribuiscono meriti o colpe a seconda del ruolo assegnato dalla commedia politica, girando in tondo attorno al nulla. Del resto, questi attori confidano nella memoria corta degli italiani, nella crescente disaffezione verso la politica e nella diffusa ignoranza su temi ormai incapaci di appassionare come accadeva nel secolo scorso, quando i partiti avevano strutture, classi dirigenti, valori, tradizioni e leader di ben altro spessore culturale. Questa è l’epoca degli orecchianti, nella quale la lingua ufficiale è quella del sentito dire, la peggiore forma di apprendimento. È l’epoca dei social, delle notiziole e delle opinioni scambiate per fatti, non dell’informazione. Alla fine, quella dell’autonomia differenziata resta soprattutto materia di polemica politica: chiacchiere e distintivo.

*già parlamentare