“L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI”: CINEMA E ALIENAZIONE SOCIALE

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-Di Ciro Scognamiglio-

Invasion of the Body Snatchers: un titolo che racchiude in sé due opere intervallate da un ventennio divenute oggetto di culto nella storia del cinema sci-fi. Tutto inizia da un racconto del 1954 di Jack FinneyThe Body Snatchers”, adattato in via abbastanza fedele per il grande schermo la prima volta due anni più tardi (1956) dal celebre Don Siegel. Non avendo esaurito il suo potenziale, specialmente a causa di questioni politiche che intralceranno l’opera di Siegel come vedremo a breve, il testo verrà riadattato e riproposto nel 1978 da Philip Kaufman con un sostanziale cambio di messaggio.

La trama cambia fra le due opere pur mantenendo al centro ovviamente l’elemento che intitola l’opera: gli ultracorpi. Creature extraterrestri che si presentano sotto forma di fiori bacilliformi che copiano gli esseri umani in tutto e per tutto eliminando però qualsiasi tipo di emozione. In entrambi i film avremmo un protagonista e la sua amata che tenteranno di opporsi a questa invasione. Il dottor Miles Bennell (Kevin McCarthy) e Becky (Dana Wynter) nella cittadina di Santa Mira nel 1956; L’ispettore Matthew Bennell (Donald Sutherland) ed Elizabeth (Brooke Adams) a San Francisco nel 1978. Diverso però è l’accento e di conseguenza in messaggio che queste due opere cercano di comunicare allo spettatore.

L’opera di Siegel è stata infatti realizzata in pieno maccartismo, quel periodo della storia politica americana sviluppatosi nel corso degli anni cinquanta tristemente caratterizzato per una vera e propria caccia al nemico politico. Un periodo di caccia alle streghe in cui molti simpatizzanti comunisti ne hanno pagato le spese (anche nomi celebri come Oppenheimer). In questa chiave i cittadini sostituiti avrebbero rappresentato il vicino di casa che scherma ogni sua emozione per paura di una potenziale (o già subita) ripercussione. Il film si sarebbe infatti dovuto concludere con Bennell che avvertiva in autostrada i passanti del pericolo che stavano correndo nel non ribellarsi (il celebre grido presente anche nel 1978: voi sarete i prossimi!) ma lo studio di produzione impose a Don Siegel un finale più positivo e meno critico.

Philip Kaufman si trova a lavorare molti anni dopo la fine del maccartismo e sceglie quindi di adoperare un saggio ammodernamento molto apprezzato dallo stesso Siegel (che ha nel film uno splendido cameo). Qui i pod-people sono metafora dell’americano moderno fatalista e atomista con un’accuratezza valida ancor oggi. Il rifiuto delle emozioni è infatti il vero cuore tematico del film, enfatizzato molto di più rispetto all’opera del 56’.

Entrambi i film sono visioni ben più che valide ma è chiaro per i temi affrontati e per le tecnologie più evolute che la visione di Kaufman abbia superato meglio la prova del tempo. La regia di quest’ultimo è ben più moderna, epigona di Carpenter e Cronenberg. Ciò però non è causa ovviamente di un diretto svilimento della pellicola di Siegel che rimane un modo incredibile per approfondire non solo la cinematografia degli anni cinquanta ma anche la loro politica.