CONTE. L’AVVOCATO DEL POPOLO, TRA LA PIAZZA E IL PLAZA

0

di Vincenzo D’Anna*

 

Un vecchio adagio attribuito a Enzo Ferrari, compianto patron dell’omonima scuderia di Formula 1, recita che coloro i quali si atteggiano a moralisti, occupandosi della morale altrui, finiscono spesso per perdere di vista la propria. Un’acuta riflessione, forse frutto della vasta esperienza di vita del “Drake”, dal corsaro inglese Sir Francis Drake, applicabile purtroppo a una vasta schiera di moralisti. Nel panorama politico italiano questa categoria è particolarmente folta, soprattutto a sinistra. Tutto ebbe inizio con Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano nel secondo dopoguerra, teorico e interprete della cosiddetta “doppia morale”, fondata sulla divaricazione tra la rigida etica pubblica del partito, ispirata ad austerità, collettivismo e purezza rivoluzionaria, e la morale borghese. In pratica erano moralmente accettabili tutti i comportamenti utili alla causa comunista, ancorché, per ragioni tattiche e contingenti, se ne dovesse ostentare una diversa. Machiavellicamente, per far trionfare il socialismo, ci si poteva adattare a princìpi etico-morali di altra natura. La scuola togliattiana ha avuto molti discepoli e ancora oggi, tra le fila dei vetero neo e post comunisti, si continua a fare uso della doppia morale. Un atteggiamento che Indro Montanelli sintetizzava raccontando di aver incontrato molti mascalzoni, alcuni dei quali non erano moralisti, ma di non aver mai conosciuto un moralista che non si fosse rivelato un mascalzone. Ne è testimonianza la Trimurti che guida oggi la sinistra italiana. Elly Schlein, segretaria del maggiore partito progressista, è una facoltosa ereditiera svizzera che guida il Partito Democratico su posizioni ispirate allo statalismo e sostiene proposte radicali antagoniste della società borghese. Seguono i due Dioscuri della sinistra ecologista, Bonelli e Fratoianni, che, pur perorando la causa degli indigenti con proposte spesso irrealizzabili, siedono in Parlamento insieme alle rispettive consorti, raddoppiando così le entrate familiari in un partito che conta appena tredici parlamentari: loro quattro rappresentano quasi un terzo del gruppo. Dulcis in fundo, Giuseppe Conte, sedicente e sempre azzimato “avvocato del popolo”, leader del Movimento Cinque Stelle, sottratto con l’astuzia del parvenu al suo fondatore Beppe Grillo. Anche lui occupa un posto di rilievo nella hit parade dei moralisti, protagonista della battaglia contro la povertà che lui stesso, insieme ai suoi accoliti, aveva dichiarato sconfitta durante i due governi da lui presieduti. Tralasciando il giudizio sulla dissipazione di denaro pubblico dei governi di “Giuseppi” – tra Reddito di cittadinanza, banchi a rotelle, mascherine anti Covid non idonee e bonus edilizi vari – e sul pesantissimo debito lasciato ai successori, anche Conte, come molti moralisti double face, è incappato nella propria nemesi. Il fatto è presto detto. L’avvocato pugliese è imparentato, tramite la moglie, con la famiglia Paladino, proprietaria di alberghi, oggi gravemente indebitata e alle prese con la Guardia di finanza per una rilevante evasione fiscale. Il gioiello di famiglia è il Grand Hotel Plaza, cinque stelle in via del Corso, a Roma. I debiti di gestione e quelli fiscali imporrebbero la vendita dell’albergo per risanare almeno in parte la situazione. Il primo colpo di scena arriva con il “decreto Rilancio”, varato dal Governo Conte nel 2020, che depenalizza il mancato versamento della tassa di soggiorno da parte degli albergatori, trasformandolo da reato in illecito amministrativo. Circostanza che consente alla famiglia Paladino di evitare conseguenze penali e di definire la vicenda con un patteggiamento milionario con l’Agenzia delle entrate. Ma c’è di più. Un giornale di area destrorsa ha sorpreso mesi fa l’ex premier a colloquio con un uomo d’affari internazionale, legato alle società immobiliari della famiglia Trump. Lo stesso imprenditore ha rilasciato in queste ore una lunga intervista nella quale sostiene che quell’incontro non riguardasse temi politici, bensì il possibile acquisto del Plaza per circa 300 milioni di euro. Risuonano così le sussiegose critiche rivolte dal leader pentastellato al presidente americano, mentre, a quanto pare, sotto banco si trattavano affari con il suo entourage. Insomma, dai cortei di piazza ai… mercanteggiamenti del Plaza.

 

*già parlamentare

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui