Politica sotto l’ombrellone, la Sinistra del déjà vu

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di Vincenzo D’Anna*

 

Col termine déjà vu (dal francese, “già visto”) si definisce l’improvvisa e intensa sensazione, molto comune tra le persone, di aver già vissuto una determinata situazione. Un fenomeno psicologico per cui si prova la sensazione di aver già visto o sentito una situazione presente, pur sapendo razionalmente che è la prima volta che accade. La scienza ha accertato che si tratta solo di una particolare sensazione, uno stato della mente che percepisce cose come già accadute, ma che all’atto pratico non lo sono state. Ed è esattamente quello che si può provare riflettendo, valutando e comparando la politica della Sinistra italiana nel terzo millennio: le posizioni assunte, le proposte programmatiche, le tesi sostenute da quello schieramento politico ricorrono come cosa già vista in quest’ultimo quarto di secolo, se non dal tempo della caduta del muro di Berlino, della sconfitta storica del marxismo e del fallimento dell’idea di dover edificare lo Stato onnipotente ed onnipresente per realizzare, con la forza impositiva della politica, la società degli eguali. Insomma, un mantra che si ripete, nonostante la Storia del mondo abbia decretato il fallimento della programmazione statale e della coercizione con la quale, attraverso i monopoli, questa si proponga e si imponga al comune cittadino. Per farla breve ed accessibile: come lo Stato, sotto le mentite spoglie del benefattore pubblico, solidale ed equanime, restringa significativamente gli spazi di libertà degli individui, impedendo ad essi di esercitare i diritti naturali di cui sono portatori fin dalla notte dei tempi. Se il lettore, che si gode il meritato riposo, è arrivato a leggere fino a questa riga, potrà unire l’utile del riposo e dello svago con una riflessione su quello che lo attende al suo ritorno in città, come componente del consesso sociale, imprenditore, lavoratore subordinato o libero professionista che egli sia. In fondo, va ribadita l’espressione marxiana secondo cui la politica altro non è che il governo della vita degli uomini, camuffato dal governo delle cose che li riguardano. La prima riflessione verte su quali siano i limiti da concedere allo Stato ed ai poteri costituiti, quali invece i margini che competano alle scelte dei singoli individui, quale la sintesi possibile tra bene collettivo e bene personale. Insomma, se nel Belpaese si possa perseguire il bene ultimo per ciascun individuo, quello della ricerca della propria felicità, potersi realizzare secondo le proprie inclinazioni, le ambizioni ed i propositi che egli intende dare alla propria esistenza. Viceversa, se quelle prerogative essenziali per tutte le persone non siano state espropriate dallo Stato che, interferendo, orienta e determina l’esito della vita dei suoi governati. Semplicemente: se lo Stato dispone di tutti i mezzi (la produzione e gestione di beni e servizi essenziali), stabilisce tutti i fini, ossia ipoteca la nostra libertà di scegliere, intraprendere, realizzare e gestire la propria vita, facendone un unicum non ripetibile. Per realizzare il disegno personale che ciascuno si attribuisce occorre poterlo fare e quindi occorrono le risorse economico-finanziarie. Occorre, in sintesi, l’economia, parola di etimologia derivante dal greco antico oikonomía, ossia, letteralmente, amministrazione della casa o della famiglia. Se lo Stato interferisce oppure eterodirige l’economia, metterà piede in casa nostra. Non è un caso che Marx ed Engels, i padri del Comunismo, profetizzarono ed auspicarono la fine dell’economia, nel senso che, disponendo lo Stato sia dei mezzi di produzione sia della facoltà di programmarla, l’economia libera dovesse scomparire e tutta la comunità sarebbe dipesa dalle scelte statali e queste ultime dalla nomenclatura politica che le determinava. La storia dei Paesi più liberi e più ricchi ha sconfessato quelle teorie e tuttavia ne girano ancora diversi surrogati dalle nostre parti. Lo statalismo ne è la concreta dimostrazione, così come quelle magiche ed eufoniche espressioni che corrispondono a “giustizia sociale” e “redistribuzione della ricchezza”: vere e proprie trappole ingannevoli per il popolo sovrano. Insomma, passano i secoli, ma il déjà vu marxiano ritorna e viene riproposto sotto altra forma politica, come quella del “diritto innato”: ossia che la ricchezza non dipenda dal lavoro, dal risparmio, dai talenti, dai meriti, dal rischio d’impresa di ciascun individuo, ma che essa sia nefasta perché crea disuguaglianze sociali. Quindi i beni ed i redditi vanno ipertassati e la ricchezza redistribuita. Secondo un principio solidaristico basato sul diritto innato, quello di vivere il meglio possibile pur senza guadagnarselo. Cos’altro è stato il Reddito di cittadinanza, cos’altro la vasta rete di assistenza e beneficenza statale? Intendiamoci, la solidarietà non fa una grinza, ma va concessa a chi non può, non a chi non vuole. Alla Sinistra italiana questo è l’unico déjà vu che non sovviene.

*già parlamentare