Livio Berruti, l’omo che ci restituì l’orgoglio

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di Vincenzo D’Anna*

 

Livio Berruti, campione olimpico nello sprint sui duecento metri a Roma, nel lontano 1960, è morto. Sono ormai pochi coloro che ricordano le gesta di questo immenso campione dell’atletica italiana, che si impose sui formidabili velocisti statunitensi in una specialità nella quale era quasi impensabile poterli battere. Aveva una scarsa somiglianza con i velocisti di adesso, muscolosi e aitanti, come Usain Bolt, il campione giamaicano che ha dominato la specialità per tre lustri e letteralmente polverizzato il record del mondo sul mezzo giro di pista. E lo stesso vale per altri campioni della specialità, come Jesse Owens, Tommie Smith, Valerij Borzov e Carl Lewis. Somigliava, invece, nella struttura all’altro grande campione italiano della velocità, Pietro Mennea, anch’egli campione olimpico a Mosca nel 1980 e detentore del record del mondo per molti anni, prematuramente scomparso. Come il campione di Barletta, Berruti fu un avvocato nella vita quotidiana, ma quel che si ricorda di lui è che sembrava tale anche in pista, ove scendeva inforcando un paio di occhiali dalla foggia professorale, coi quali, più che correre, sembrava impartire lezioni di stile : longilineo, dalla grande e armoniosa falcata, senza mai dare l’impressione dello sforzo spasmodico che stava compiendo come atleta. Se Fausto Coppi, il più grande ciclista italiano, veniva soprannominato l’Airone per la levità e l’armonia della pedalata, Livio poteva certamente somigliare a una gazzella, la cui falcata non si scomponeva né in curva né sul rettilineo d’arrivo. Quando mise in fila i più quotati sprinter avversari, per una singolare coincidenza, mentre tagliava il filo di lana posto, all’epoca, sul traguardo, le telecamere inquadrarono anche un volo di colombi e le due immagini finirono per sovrapporsi. Un fotogramma dell’immaginario collettivo, sia del pubblico presente allo Stadio Olimpico in quel terso pomeriggio del 3 settembre, sia di quanti seguirono l’evento attraverso gli schermi televisivi in bianco e nero della Rai. L’emittente televisiva di Stato seguì tutte le gare dei Giochi della XVII Olimpiade di Roma, ancorché i possessori di apparecchi televisivi fossero, all’epoca, ancora pochi e le gare si seguissero presso i bar oppure nelle apposite sale munite di apparecchio televisivo. L’Italia era appena uscita dalle macerie della guerra e sorgeva la stagione del boom economico: il benessere cominciava a far capolino anche nel Belpaese. Berruti, più di tutti, rappresentò anche quella nuova dimensione sociale, simbolo del riscatto di una nazione che aspirava a primeggiare in Europa dopo aver subito e vissuto le tragedie di un recente passato. Quel ragazzo bello, elegante, dall’aspetto distinto e dalla corsa armoniosa, batteva gli sprinter americani, inglesi, russi, francesi e, agli occhi di molti, soprattutto dei più giovani, somigliava alla statua della Nike greca, il personaggio mitologico con il quale gli artisti dell’Ellade raffiguravano la vittoria alata. Ecco, questo è ciò che affiora dai miei occhi di ragazzo, ciò che sovviene di quel giovane torinese, sorridente e riservato, poco vocato alle interviste e ad indossare i panni del personaggio. Un lieve rotacismo lo affliggeva, ma conferiva al suo eloquio un’ulteriore nota di distinzione, di signorilità. Eppure i vincitori italiani di medaglie d’oro a Roma furono ben tredici, tra i quali altri personaggi che avrebbero fatto parlare di sé in avvenire: Nino Benvenuti nel pugilato, Sante Gaiardoni nel ciclismo su pista, Raimondo D’Inzeo nell’equitazione, il famoso Settebello della pallanuoto di capitan Eraldo Pizzo. Ma l’unica medaglia d’oro nell’atletica leggera, la regina delle competizioni olimpiche, venne da questo distinto studente universitario di legge. Immagini indelebili che nei decenni a venire restarono come simboli di quella grande kermesse olimpica, come quella dell’etiope Abebe Bikila che vinse, correndo scalzo, l’ultima gara dei Giochi, la tradizionale maratona, che si concluse di sera sotto l’Arco di Costantino, illuminato, ai Fori Imperiali. Saranno stati i tempi delle piccole cose che assumevano grande valore per un popolo che voleva sentirsi alla pari degli altri, che aveva ancora una dose di ingenuità, che identificava nella vittoria che veniva dal gesto sportivo di così grande valore, la rivincita degli anni tristi. Erano quegli atleti dilettanti che si battevano per la gloria della propria bandiera, che si commuovevano, all’unisono con tutti gli italiani, nel sentire echeggiare l’Inno di Mameli; non lottavano per fare denari e, in quanto tali, divenivano depositari dell’orgoglio di un intero popolo. Se ne va con Livio Berruti anche tutto questo. Scompare un testimone e un protagonista di un’epoca irripetibile, al quale tutti vollero bene perché ci restituì non solo l’orgoglio di una vittoria, ma anche quello di sentirci italiani.

 

*già parlamentare