Affaire Ranucci, Sigfrido e il drago della megalomania

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di Vincenzo D’Anna

È noto ai cultori della musica classica che una delle opere più importanti del grande musicista tedesco Richard Wagner è “L’anello del Nibelungo”, detta anche Tetralogia. Una delle quattro composizioni è dedicata a Sigfrido, personaggio mitologico della letteratura tedesca, molto amato per le sue gesta eroiche. La più famosa è quella di affrontare il drago Fafnir per conquistare un tesoro e bagnare il proprio corpo nel sangue del mostro, così da diventare invulnerabile, tranne che in un piccolo punto della schiena. Sarà per il nome che porta, sarà per aver letto la storia nel libretto operistico scritto da Wagner, che Sigfrido Ranucci, conduttore del programma d’inchieste Report in onda su Rai Tre, sembra essersi convinto di essere un personaggio eroico, di avere nel proprio destino di uomo e di giornalista la missione di rivelare al mondo le malefatte del potere. Insomma: un eroe senza macchia e senza paura che fustiga vizi e tiranni, ancorché spesso scelga, con opinabile discrezionalità, chi tra i malvagi e i malfattori debba diventare oggetto delle sue inchieste giornalistico-televisive. Prima di lui lo stesso format e la medesima impostazione erano stati utilizzati da Michele Santoro e Milena Gabanelli, anch’essi bravi nel loro mestiere, ma spesso orientati, a giudizio di chi li critica, verso bersagli individuati nel variegato mondo del centrodestra, finendo così per diventare le mosche cocchiere del fronte politico della sinistra. Fuor di metafora: maître à penser di uno schieramento politico, operanti a spese dei contribuenti che pagano il canone Rai, questi programmi si sono fondati sul giornalismo d’inchiesta, più che meritevole nelle intenzioni, ma spesso condizionato dal pregiudizio ideologico e dall’antipatia politica. Il tutto finiva per trasformarsi in una forma di propaganda subliminale, in uno strumento per gettare discredito su una determinata area politica. E dove altro avrebbero potuto condurre una simile missione i nostri eroi, se non dagli schermi di Rai Tre, emuli e continuatori della tradizionale faziosità di quella rete televisiva che fu denominata “TeleKabul” ai tempi del direttore Sandro Curzi, simpatizzante-militante del Pci. Una rete, Rai 3, assegnata alla sinistra nella spartizione partitica che, all’interno della Rai, ne determinò la specifica area di appartenenza politico-culturale. In parole povere, le benemerenze scaturite dalle trasmissioni d’inchiesta e dalla luce gettata su fatti oscuri, ambigui o illeciti venivano spesso offuscate dalla partigianeria e dal doppio peso utilizzato nello scegliere le persone e gli argomenti sui quali indagare. E lo stesso, per molti anni, ha fatto il buon Sigfrido Ranucci che, come spesso capita a sinistra, è finito per diventare egli stesso un’icona, un personaggio di elevata caratura morale e politica che può tornare utile a quello schieramento. In un contesto piuttosto caotico e indecifrabile su chi debba essere il futuro leader del cosiddetto campo largo, anche il nome di Ranucci ha cominciato a circolare come possibile leader di questo schieramento, forte dell’aura di notorietà e di custode della moralità pubblica che gli cinge il capo. Chi meglio di Sigfrido allora potrebbe affrontare il fiammeggiante drago Giorgia Meloni? Chi più di lui potrebbe riscuotere il consenso della vasta rappresentanza di moralisti e giustizialisti di cui si compone una parte dell’elettorato post comunista? È proprio in questo quadro che si inserisce la vicenda dei rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola, noto faccendiere di lungo corso, e dell’attentato dinamitardo che ha interessato il giornalista. Secondo quanto ipotizzato nell’ambito delle indagini, l’episodio potrebbe essere stato concepito anche per rafforzare presso l’opinione pubblica l’immagine dell’eroe senza paura. Un attentato, dunque, persino se concepito come gesto dimostrativo, avrebbe potuto risultare funzionale allo scopo. Tra Lavitola e Ranucci intercorrevano già da tempo rapporti cordiali e confidenziali. Un’amicizia, dunque, certamente imbarazzante per chi ha costruito la propria immagine pubblica sulla rigorosa etica professionale e sulla denuncia dei rapporti opachi tra potere e interessi personali. Le indagini dovranno chiarire ogni cosa, individuando responsabilità, vittime ed eventuali mandanti, e ponendo fine alle interpretazioni che inevitabilmente si prestano al caso. E tuttavia il giornalista televisivo sembra anticipare i tempi giudiziari, premurandosi di indossare non solo i panni della vittima, ignara del particolare “favore” tributatogli da Lavitola, ma anche quelli del martire scampato all’attentato. Farne un martire, in fondo, sarebbe proprio lo scopo del presunto favore. In un post, Ranucci sostiene che tutti coloro che cercano la verità nel Belpaese finiscono vittime della violenza, da Aldo Moro, trucidato dalle Brigate Rosse, a Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia. Se ne dovrebbe dedurre, per paradigma logico, che egli stesso, in quanto giornalista “scopritore di verità”, sia già stato vittima di un attentato mortale o possa esserlo in futuro!! L’accostamento subliminale ai veri martiri della violenza è, a mio giudizio, indecente e irricevibile, oltre che sintomatico di un’ipertrofia dell’ego. Nel caso di questo Sigfrido, dunque, il drago da affrontare e vincere non è Fafnir e nemmeno Giorgia Meloni: è quello della megalomania, se non addirittura del ridicolo.

*già parlamentare