di Vincenzo D’Anna*
Lev Shlosberg, noto dissidente e giornalista russo, è stato condannato a 11 anni e un mese di colonia penale. Il tribunale di Pskov lo ha riconosciuto colpevole di “ripetuto discredito nei confronti delle forze armate russe” e di “diffusione di informazioni deliberatamente false sulle forze armate russe”. Shlosberg non ha fatto altro che esercitare il suo diritto alla libertà di espressione: ha preso parte a un dibattito online sulla guerra contro l’Ucraina e ha condiviso, sulle piattaforme social, la prima pagina di un’edizione del quotidiano inglese Daily Mirror, con le foto che ritraevano Vladimir Putin e una donna ucraina coperta di sangue. Al contempo, la Corte Suprema russa ha escluso Yabloko, storico partito liberale di opposizione e unica formazione politica registrata ad aver preso apertamente posizione contro la guerra in Ucraina, dalle elezioni per la Duma, la camera bassa del Parlamento, in programma il prossimo mese di settembre. A ricorrere contro il partito pacifista era stato il partito nazionalista Rodina, considerato vicinissimo al satrapo che governa il Cremlino. Con queste due sentenze viene eliminata per via giudiziaria l’unica forza politica concorrente contraria alla guerra in Ucraina. La notizia non ha destato alcuno scalpore nelle fila del movimento pacifista, né tra quelle della Sinistra antagonista nostrana. Tacciono Bonelli e Fratoianni, Arturo Scotto e gli intrepidi navigatori di Flotilla; silente la “pasionaria” Ilaria Salis. Muti come pesci sia i Grillini che Marco Travaglio, il professor Alessandro Orsini e tutti i pacifisti del Belpaese. Non uno straccio di bandiera arcobaleno garrisce dai balconi di Comuni ed enti pubblici, nessun flashmob o raduno è previsto per condannare quel che accade a Mosca, ossia l’eliminazione fisica dei pacifisti e del pacifismo. In verità, neanche dal fronte della Destra muscolosa di Roberto Vannacci s’ode qualcosa, il che avvalora ancora di più la congettura che il Generale sia una quinta colonna putiniana in Italia, il cui compito è spostare gli equilibri del Centrodestra su posizioni filorusse insieme a Matteo Salvini e, al contempo, depotenziare il governo Meloni filoucraino. Ridondante, se non inutile, ribadire il concetto che in determinati ambienti il pacifismo è strabico e la difesa della democrazia a senso unico; riaffermare la considerazione che per i “sinceri democratici progressisti” sia caratteristica una doppia morale e che quest’ultima sia assoggettata alla rendita delle posizioni politiche da perorare, non un valore assoluto ma relativo. E tuttavia stavolta non si tratta di dare ragione a qualcuno e torto a qualcun altro: si tratta della certificazione ufficiale che a Mosca vi sia un regime dittatoriale, che a governare la Russia sia una combriccola nazionalista e revanscista che insegue ricchezza e potere e vuole imporre a un intero popolo lacrime e sangue per riconquistare la grandezza e la potenza del vecchio regime sovietico. Questa evidenza emerge inoppugnabilmente e fa emergere l’insensatezza di coloro che si ostinano, prezzolati o meno, a considerare Putin un leader democratico, se non addirittura un partner con il quale l’UE debba rapportarsi politicamente. Cadono miseramente le tesi ipocrite secondo cui la Russia sarebbe stata provocata dall’allargamento della NATO, fenomeno provocato dalla minaccia russa, e che tutto sommato Putin abbia le sue buone ragioni per aver invaso il Donbas ed essersi impossessato della Crimea. Cade altresì l’idea che l’Europa non abbia niente da temere dall’espansionismo russo: chi esercita il potere con metodi stalinisti può agire senza il controllo e la critica del suo popolo e delle istituzioni democratiche e quindi alimentare sogni con assoluta megalomania. Il popolo italiano non è tra quelli che si immolano sull’altare dei principi ideali, né ha molto interesse per le sorti della democrazia in generale: è da sempre più vicino alla pancia che all’idea ed è forse questo il vero immarcescibile fascismo che è sopravvissuto nel Belpaese. E tuttavia dovrebbe ricordare che la politica estera rappresenta la spina dorsale di una nazione, che la sovranità nazionale si tutela nel più vasto ambito dell’Europa e che simul stabunt, simul cadent, ossia: se cade l’Europa, cade la nazione. A breve si andrà a votare per rinnovare il nostro Parlamento e non credo che la gente possa scegliere solo sulle questioni di vita quotidiana, delle accise e del costo dell’energia, quando la posta in gioco è la sorte dell’intera economia italiana. Ci troviamo nella tenaglia tra Trump e Putin, che vorrebbero l’Europa debole, se non al servizio del loro gioco, per controllare l’ordine mondiale. Se cade l’Europa, cadiamo anche noi e, se in Italia dovessero vincere gli amici di Putin, questo presagio diventerà certezza.
*già parlamentare



















