L’URLO CINEMATOGRAFICO: TRE TIPI

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-Di Ciro Scognamiglio-

Ci sono momenti nel cinema in cui non si può far altro che urlare. Si urla principalmente quando mancano le parole ma non il desiderio di esternare un sentimento. Si può urlare anche per cercare di tracciare una distanza immediata e necessaria con qualcos’altro o per attirare l’attenzione in maniera emergenziale. Qual che sia il caso ho sempre trovato questo gesto così naturale eppure così espressivo uno dei momenti più interessanti dal punto di vista cinematografico e (specialmente) attoriale. Molte sarebbero le scene o sequenze da citare ma tre sono a mio parere imprescindibili per comprendere la duttilità di tale gesto in sceneggiatura.

PSYCHO di Alfred Hitchcock – 1960

Argomentabilmente il più celebre urlo nella storia del cinema quello di Janet Leigh nella celeberrima scena della doccia di Psycho, capolavoro che riscrisse gli stilemi del genere per tutti i suoi postumi. La sequenza dura circa un minuto con 78 cambi di prospettiva e 52 stacchi di montaggio che insieme all’urlo continuo di Marion Crane riescono a mascherare i due grandi problemi legati alla censura con il quale il regista si è imbattuto: la nudità dell’attrice e la lama del coltello (trucchi che riprese Tarantino per le sue Iene con la scena dell’orecchio). A livello espressivo ci troviamo di fronte alla matrice cinematografica di tutti i gridi di spavento. L’obiettivo dell’urlo è qui chiaro: un riconoscimento di un pericolo esterno così immediato da non dar tempo alle frasi di creare una fuoriuscita logica alla paura, oltre che il naturale tentativo di segnalare la propria presenza.

MR. VENDETTA di Park Chan-Wook – 2002

Il primo film della trilogia della vendetta del genio sudcoreano per quanto mostri di non essere assolutamente al livello del secondo e più celebre capitolo (Old Boy) regala a mio parere una delle sequenze più commoventi della storia del cinema. Quando il protagonista sordomuto Ryu trova la sorella nella vasca dopo essersi tolta la vita scoppia in un grido di dolore e pianto. Ciò che rende unico ed indimenticabile questa sequenza è la concretezza del dolore che si riesce a provare osservando questo ragazzo che tenta di comunicare in ogni modo la sua perdita sforzandosi di acquisire quella capacità verbale mai avuta in quanto sordo muto rendendo l’urlo solo figurativo, più vicino nei fatti a un lamento funebre ma infinitamente più potente dal punto di vista emotivo.

THE LIGHTHOUSE di Robert Eggers – 2019

Non posso nascondere il mio amore per Robert Eggers che rappresenta per me il massimo esponente dell’horror contemporaneo affinando uno stile immediatamente riconoscibile per formato e cromaticità già dal suo secondo film The Lighthouse. L’opera è un piccolo capolavoro a mio avviso ma la scena unanimemente riconosciuta come eccelsa è quella dell’urlo finale di Robert Pattinson. Quando il suo personaggio infatti riesce ad accedere alla tanto agognata luce del faro assistiamo a un momento di rivelazione mistica con Thomas che osservando la luce scoppia prima in una fragorosa risata che diventa ben presto urlo disperato con un proporzionale aumento della luce a scena che finisce quasi per corrompere l’inquadratura e una progressiva riduzione del sottofondo fino all’assoluta preminenza sonora delle grida disperate di un uomo che ha visto troppo. Il film è noto per il suo simbolismo e il finale non fa chiaramente eccezione volendo rappresentare con quest’urlo la disperazione a cui si và incontro quando si accede a verità al di fuori delle nostre possibilità in un climax assolutamente “lovecraftiano” di fronte al quale le parole sono totalmente inadeguate e l’unica alternativa valida è il primordiale gesto dell’urlo.