Disagio e bambini: c’eravamo tanto amati…Forse troppo

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di Vincenzo D’Anna*

Appartengo alla generazione “boomer”, quella nata tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, denominata dai sociologi perché venuta al mondo nel periodo in cui il Belpaese cominciava a rifiorire economicamente dopo gli stenti patiti nel dopoguerra. Al governo avevamo un grande statista come Alcide De Gasperi e un grande economista, Luigi Einaudi, era governatore della Banca d’Italia (e successivamente Presidente della Repubblica): guide politiche oneste e sicure per la nazione. Sono quindi in grado di ricordare, senza deformazioni nostalgiche, il tipo di educazione e di istruzione ricevuta, che aveva ben poco di simile a quella delle generazioni nate nel Terzo Millennio. All’epoca erano sconosciuti i fenomeni di devianza giovanile, l’uso degli stupefacenti, il bullismo e la violenza di gruppo, nonché quella perenne insoddisfazione che è diventata un tratto distintivo delle attuali generazioni. Il “mestiere di vivere”, come lo chiamava il poeta e scrittore Cesare Pavese, è sempre il più difficile, perché contempla anche quello di essere genitore e responsabile dell’educazione dei propri figli. Arte difficilissima, perché la natura non fa parti eguali: la genetica e la biologia pretendono il tributo della diversità e non tutti i figli sono attrezzati allo stesso modo. Diversi per carattere, intelligenza, emotività, inclinazione a raggiungere il bene futuro. Sono altresì tra coloro che lottarono per cambiare, con la rivoluzione dei costumi e delle regole del Maggio ’68, un modello sociale ritenuto arcaico e autoritario sia nella scuola sia in famiglia, illudendoci di far sorgere un nuovo umanesimo basato su canoni etici e politici diversi da quelli dei nostri genitori. E tuttavia buona parte di quella illusione, quella diffusa spinta propulsiva verso il cambiamento, spesso confuso e contraddittorio, se non proprio a tratti utopistico, non sempre ha dato buoni frutti. Dal rapporto di sudditanza e di assoluta obbedienza alle regole sociali, culturali e religiose, alle gerarchie e alle consuetudini familiari, si finì per rivoluzionare tutto, portando “l’immaginazione al potere”, concependo la libertà con i suoi eccessi e, in pratica, distruggendo ciò che era vecchio senza sapere con cosa sostituirlo. Una frase memorabile dell’epoca fu: “Non sappiamo cosa vogliamo, ma lo vogliamo subito”. È cominciata così la destrutturazione della scuola, della famiglia tradizionale, del principio di responsabilità e di obbedienza e, come genitori, ci illudemmo di dover dare ai figli tutti quegli agi e quelle libertà individuali per i quali avevamo combattuto. L’amore genitoriale coniugato con l’idealità forma una miscela esplosiva che, se non ben dosata e utilizzata con parsimonia e oculatezza, non dà i frutti sperati, né l’agiatezza economica supplisce alle carenze che si instaurano nel rapporto tra padri e figli. Sulla permissività, sulla libertà assoluta, sull’accondiscendenza e sull’agape amorosa, l’amore che non chiede nulla in cambio, abbiamo costruito il rapporto con i figli e poi con i nipoti. Per ritrovarci oggi, in parte delusi e in parte colpevoli, innanzi a fenomenologie impreviste e negative che interessano le generazioni attuali. Secondo i dati della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, circa un minore su cinque soffre in Italia di un disturbo mentale: si tratta di circa due milioni di minori. Nel mondo, secondo l’Unicef, circa un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni, pari a 166 milioni di giovani, ha un disturbo mentale diagnosticato; in Europa i minori con problemi di salute mentale sono 11,2 milioni. Non è solo ansia: ci sono depressione, ritiro sociale, rifiuto scolastico, autolesionismo, disturbi alimentari e del comportamento. All’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma le consulenze neuropsichiatriche presso il Pronto soccorso sono aumentate del 500 per cento in dieci anni(!!), passando dalle 237 del 2013 alle 1.415 del 2023, con un picco di 1.824 nel 2021. In Italia, dunque, le statistiche dicono che siamo messi male, e la crescente attenzione istituzionale alla salute mentale dei minori lo testimonia. Certo, sono molteplici le cause e difficili da elencare e analizzare in queste poche righe. Prenderne atto è già un passo in avanti, perché ci avverte che il metodo relazionale ed educativo può contribuire al disagio dentro e fuori la famiglia, per quella che ne è rimasta. Troppo amore, troppi agi, troppa protezione e difesa a oltranza degli errori filiali, troppe ansie quotidiane riversate sui minori. Noi c’eravamo tanto amati pur essendo più poveri, forse perché la famiglia e le regole avevano un valore e l’educazione era fatta anche di qualche “no” e di qualche bisogno inappagato, che diveniva un miraggio e uno stimolo per raggiungerlo. “Chi non ti ha mai punito non ti ha mai voluto bene”, diceva un mio insegnante. Hai visto mai che avesse ragione?

*già parlamentare

1 commento

  1. Analisi lucida e inoppugnabile. Un’analisi troppo lucida!: ….. la genetica e la biologia pretendono il tributo della diversità e non tutti i figli sono attrezzati allo stesso modo. Complimneti!

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