A distanza di dodici anni dal viscerale Fury, si ricompone il sodalizio artistico tra David Ayer e Brad Pitt con Heart of the Beast, thriller di sopravvivenza appena approdato nelle sale cinematografiche. L’opera prende le mosse da una sceneggiatura di Cameron Alexander rimasta a lungo nel limbo della prestigiosa Black List hollywoodiana, prima di trovare finalmente una produzione solida e la determinazione congiunta del cineasta e del divo americano.

La vicenda segue l’ex sergente maggiore delle forze speciali James Belmont (Brad Pitt) che, insieme al suo fedele pastore tedesco d’assalto Odin, precipita con un idrovolante nel cuore ostile e incontaminato dell’Alaska. Quella che si apre dinanzi allo spettatore è un’estenuante traversata a piedi lunga oltre cinquanta miglia verso la salvezza. Eppure, dietro la maschera del classico survival movie, il film si rivela una riflessione intima sul trauma bellico, sulla solitudine e sul debito morale. Sia l’uomo che l’animale condividono le medesime cicatrici invisibili del disturbo post-traumatico: il legame tra i due azzera ogni gerarchia biologica, trasformando la reciproca fedeltà nell’unico vero baluardo, piú forte di qualsiasi tipo di trauma.

Passando agli aspetti più puramente critici dell’opera, la regia di Ayer dimostra di saper sporcarsi le mani, restituendo una dimensione materica e glaciale all’isolamento montano, ma non è esente da alcune consuete cadute di stile. Gli scontri con la fauna selvatica soffrono di un’effettistica digitale non sempre all’altezza, che rischia di rompere la sospensione dell’incredulità in sequenze altrimenti cariche di tensione (problema riscontrabile anche nei flashback). D’altro canto, la scrittura scivola occasionalmente in un sentimentalismo virile fin troppo codificato come evidenziato nei pochi dialoghi macchinosi e nella lettera finale quasi inverosimile.

Altra nota di merito va senza dubbio al cast: Brad Pitt (ormai più che sessantenne) offre una prova di grandissima sottrazione e maturità fisica, recitando quasi per soli sguardi e silenzi pesanti come macigni, ottimamente affiancato nelle brevi apparizioni da un sempre carismatico J.K. Simmons (Watkins). Heart of the Beast non sarà un capolavoro innovativo per il genere, ma si conferma un’opera ruvida, sincera ed emotivamente potente, capace di ricordare quanto la lealtà e l’istinto animale sappiano essere, all’occorrenza, la forma più autentica di umanità.



















